“Miller contro Miller”. Un racconto di Andrea Fazzini

Tempo di lettura: circa 25 minuti

Capitolo 1

“Davvero vuoi usare quella sedia?” chiese Liam divertito.

“Che ha che non va la mia sedia?” chiese Henry muovendo i fianchi per saggiarne la comodità.

Attraverso l’immagine della webcam Liam si sporse in avanti per vederla meglio, un riflesso condizionato ma inutile.

“Tempo tre giorni e avrai la schiena a pezzi.”

“Comunque più di tre giorni non resisto.”

Liam ridacchiò: “A casa con moglie e figlio! L’incubo dell’americano medio.”

“Quasi. Mia moglie è bloccata a Shanghai.”

“E tuo figlio?”

“In camera sua.”

Liam si passò l’indice sotto il naso e ridacchiò. “Merda…”

“E tu non ti ammazzerai a stare da solo?”

“Oh, io non mi sento mai solo” disse Liam allegro.

“Ottimo. E poi comunque ci sentiremo tutti i giorni.”

“Hai ragione. Mi ammazzerò.”

Henry sorrise.

“Iniziamo?”

Gli occhi di Liam si spostarono su qualcosa sul suo schermo, mentre cliccava ripetutamente sul mouse.

“Da cosa vuoi partire?”

“Dobbiamo ripianificare i piani esecutivi di tutti i clienti. Partiamo da quelli che contano.”

Liam cliccò ripetutamente sul mouse per qualche istante, poi fece scrocchiare le dita.

“Quando vuoi.”

Capitolo 2

Henry era il produttore esecutivo di una grossa azienda di comunicazione.

Detestava quella roba.

Banche, produttori di scarpe, aziende alimentari, assicurazioni, tutte volevano la stessa cosa: dire ai loro clienti che “Sei importante per noi”, “Il tuo parere conta”, “Costruiamo il futuro insieme”. Come si costruisce il futuro insieme a un’azienda che inscatola tonno? Rispettava Liam, il direttore creativo, perché la pensava come lui. No, di più: era un amico. Ma di tutti quegli altri, con i loro pupazzetti sopra gli schermi e i capelli in disordine e che si definivano creativi, come se quella parola potesse dire qualcosa davvero, non voleva neanche saperne il nome.

Henry sapeva fare molto bene il suo lavoro, perché quando c’era un problema, soprattutto grosso, il suo battito cardiaco rallentava e le sinapsi del cervello iniziavano a mandare scosse continue e regolari, una sinfonia elettrica che aveva sempre lo stesso finale: la soluzione migliore.

Dopo quattro ore al suo portatile di colore blue elettrico (l’unica bizzaria, pensava spesso, che si era mai concesso), si accorse che era arrivata l’ora di pranzo. Henry si alzò e sentì subito uno spasmo all’altezza dei lombari, “Sedia del cazzo” pensò, poi si mosse incerto nel piccolo appartamento, come se lo vedesse per la prima volta, e in un certo senso era così: normalmente lo abitava solo la sera e nei weekend erano quasi sempre nella casa sul lago. A quell’ora, con la luce che entrava obliqua dalle tapparelle, sembrava un’altra casa. Andò al piccolo mobile dell’ingresso, ne aprì un cassetto e tirò fuori un plico ordinato di volantini di cibo a domicilio, poi si mosse fino alla stanza di suo figlio Mark, dalla quale provenivano suoni di guerra. Bussò alla porta bianca proprio quando una granata esplodeva, ma comunque Mark doveva averlo sentito, perché i suoni si interruppero. Per un attimo, nessuno disse niente.

“Hey.”

“Hey.”

“Cosa ti va per pranzo?” chiese Henry attraverso la porta chiusa.

“Quello che ti pare”, rispose Mark.

Henry vide il primo volantino che aveva in mano.

“Thailandese?”

“Thailandese.”

Mark prese il cellulare e compose il numero sul volantino, prima che gli rispondessero fece un appunto mentale: nel loro parco clienti c’erano diverse aziende che si occupavano di alimenti. Avrebbero dovuto incoraggiare i loro clienti a fare scorta in vista dell’incommensurabile.

Capitolo 3

“Non li avevi viola i capelli?” chiese Henry mentre smuoveva i noodles per farli amalgamare con la poca salsa del Som Tam.

“Sono viola” fece Mark sistemandosi una ciocca verde di capelli con la grossa mano. Era un ragazzo corpulento, con il busto tozzo e il collo taurino, ma in qualche modo, inspiegabilmente aggraziato nei movimenti.

“E la ciocca verde?”

“È il Joker.”

“Che cazzo vuol dire è il Joker?”

“Lo hai visto il film?”

“Me ne guardo bene.”

Mark fece spallucce e si riempì la bocca con un enorme gamberetto del suo Pad Thai. Henry notò con fastidio che suo figlio aveva avuto più fortuna di lui: il suo Som Tam era asciutto e poco abbondante, mentre il Pad Thai di Mark era un trionfo di uova, carne e pesce, con una pioggia di arachidi croccanti. Decise di mangiare in fretta, così si sarebbe preso la parte migliore della zuppa Tom Yang Kung che doveva condividere con suo figlio.

“L’hai lasciata la mancia?” chiese Mark

“Lo sai che non la lascio la mancia.”

“Neanche adesso? Con il virus?”

“Non vedo che differenza faccia.”

“La gente crepa di fame.”

“Non loro. Loro continuano a lavorare. A dirla tutta, lavorano più di prima. Non hanno bisogno della mia mancia.”

Mark fece un altro morso.

“A cos’è che stai giocando?”

“Un gioco.”

“Ma va?”

Mark sbuffò di insofferenza. Henry realizzò non per la prima volta che di suo figlio quattordicenne gli dava fastidio tutto. Tutto. Quando era piccolo era carino, gli faceva anche piacere tenerlo in braccio, si era anche reso conto che la paternità aveva coinciso forse non a caso con la promozione a produttore esecutivo: l’azienda aveva sempre dato valore alla famiglia, e la famiglia vuol dire figli. Ma ora aveva davanti una creatura aliena. Sua madre Bess diceva di capirlo, ma Henry era convinto che a sua moglie piacesse quell’idea, ma che non c’era niente di più falso. Semplicemente Bess si comportava come i loro clienti: si innamoravano di un’idea dei copywriter perché pensavano fosse vera. Ma non era vera. Non era vera quasi mai.

“Che si fa in questo gioco, a parte sparare?”

“È una roba nel futuro. Praticamente un virus ha trasformato una sacco di gente in zombie. Cioè, una specie di zombie”

“Una specie di zombie? Una specie come?”

“Non si può spiegare se non lo vedi.”

“Curioso. Un virus. Come adesso. Solo che questo virus non trasforma la gente in zombie.”

“Per ora”, fece Mark serio.

Henry ridacchiò, Mark si sistemò il ciuffo.

“Ma tu nel gioco che devi fare?”

“Ci sono due amici che cercano di arrivare al mare.”

“Perché al mare?”

“Perché lì non ci saranno gli zombie.”

“E che ne sanno che non ci saranno gli zombie?”

“Lo iodio pare che li tiene lontani.”

Henry fece un altro boccone. “Io dico che ci saranno eccome.”

Mark fece spallucce, poi fece due bocconi riempiendosi la bocca. Henry realizzò solo ora che il figlio aveva praticamente spolverato il suo piatto “Quel figlio di puttana mi ha fregato” pensò: si sarebbe preso Mark le parti migliori della zuppa, mentre lui ancora annaspava nel suo asciutto Som Tam.

Capitolo 4

Quella sera Henry lavorò fino a tardi. Dalla stanza di Mark non arrivava più rumore da circa un’ora… che stesse già dormendo? Proprio in quel momento la porta si aprì: “Adesso ti chiama mamma su Skype” gli disse Mark rimanendo sulla soglia.

“Ti ha scritto?”

“Ci ho parlato fino ad adesso.”

“Ah” commentò Henry, mentre lanciava Skype.

Come spesso accadeva, iniziò il suono dell’incoming call ma non c’era nessun pulsante su cui premere, cosa che fece innervosire Henry. Infine eccolo. Con o senza video? Henry decise per il video.

“Ciao” fece Bess con un sorriso triste. Era evidentemente in un’asettica stanza d’albergo. Dalle finestre entrava una luce bianca che non sembrava naturale. Con una sola parola e in soli due secondi era già riuscita ad irritarlo.

“Ciao. Che ore sono lì?” chiese Henry cercando di mascherare il fastidio.

“Abbiamo appena pranzato. Senti, per ora non se ne parla di farci rientrare.”

“Oh. Cazzo.”

Bess sospirò scuotendo la testa, poi iniziò a pigiare il mouse guardando di lato. Sul computer di Henry arrivò la richiesta di ricevere un file.

“Che mi stai mandando?”

“Un opuscolo che devi leggere. In questa situazione i più colpiti sono gli adolescenti.”

“Veramente i morti sono quasi solo vecchi.”

“Non parlo di quello, parlo della difficoltà di gestire questa cosa.”

Henry sbuffò.

“Mi ha detto che gli hai chiesto del suo gioco.”

“E allora?”

“Avete fatto conversazione?”

“Non molto, era troppo impegnato a mangiarsi tutta la zuppa.”

Bess appoggiò i gomiti e si fece avanti, ora la sua faccia riempiva quasi completamente la telecamera, Henry notò che stranamente aveva più rughe che dal vivo.

“Senti, non ti sto chiedendo di essere un padre decente, ma di essere un padre.”

“Cristo Bess, ancora…”

“Leggi l’opuscolo.”

Capitolo 5

La mattina dopo, quando Henry entrò in bagno, a stento trattenne un singulto di vomito. C’era una puzza terribile e dovette uscire e aprire la finestra del soggiorno per prendere aria. Henry usciva la mattina molto presto, erano anni che non entrava in bagno subito dopo l’evacuazione mattiniera di suo figlio. Se qualcuno aveva dubbi che suo figlio aveva qualcosa che non andava, sarebbe dovuto entrare in quel bagno. Mark era in cucina e faceva colazione con una dose gigantesca di latte e biscotti, mentre leggeva un fumetto in cui due tizi in costume erano impegnati a pestarsi. La sedia scricchiolò quando spostò il peso tra una gamba e l’altra.

“Potevi aprire la finestra almeno.”

“E’ aperta” rispose Mark senza scomporsi.

Henry prese il cartone del latte e si rese subito conto dal peso che era vuoto.

“Grazie tante eh. Mi toccherà anche uscire a fare la spesa. Chissà che file del cazzo.”

“Ho già fatto la spesa online” fece Mark.

“Davvero? E cosa hai comprato?”

“Ho fatto la lista ieri sera con mamma. Consegnano stasera”.

“Beh… ottimo” fece Mark stupito. “Mi faccio delle uova, ne vuoi?”

“Non ci sono uova.”

“Oh.”

Henry aprì un’anta nella cucina e trovò dei crackers. Ne prese una busta. Erano spezzettati in più parti.

“Mamma ti ha detto che per ora non può tornare?”

“Già. Mi sa che sono più alto.”

“Cosa?”

“Mi sa che sono più alto di te ora.”

Henry per un attimo si sentì piccolo e strano, poi riprese il controllo. Lui era un uomo alto e ben strutturato: da giovane aveva fatto atletica con costanza ottenendo anche discreti risultati nel fondo.

“Non credo.”

Mark fece spallucce, con un ultimo sorso finì il latte e si alzò smuovendo rumorosamente la sedia e senza portarsi via il fumetto. Quando lo vide in piedi, Henry realizzò che suo figlio aveva ragione: era davvero più alto e più grande di lui. Come era possibile essere così grossi a quattordici anni? Henry prese un’altra busta di cracker. Mentre mangiava prese distrattamente il fumetto: un tizio vestito con una calzamaglia attillata rossa e due cornetti sulla testa diceva ad un altro tizio a terra con la bocca sporca di sangue nero “Non ti ucciderò. Sarai processato e condannato. Non sono come te. Io seguo la legge”. Henry fece roteare il fumetto sopra il tavolo, lontano da lui.

 

Capitolo 6

“E la Chemical?”

“Anche loro.” rispose Liam. Alcune delle aziende più importanti con cui lavoravano, avevano ridotto drasticamente il budget per la comunicazione.

Il cervello di Henry rapidamente decise la migliore soluzione possibile “Organizzo una riunione con tutti. Dobbiamo fargli capire che è ora il momento di investire. È talmente ovvio. Gente a casa. Uso maggiore dei social.”

“Non credo sia una buona idea.”

“E perché?”, chiese Henry stupito.

“Perché, Henry, io li ho sentiti. Soprattutto li ho visti. Hanno paura.”

“Appunto. Bisogna tranquillizzarli.”

Liam si prese un secondo prima di parlare.

“Capisco quello che dici. Ma non penso sia una buona idea. Lo è sul piano razionale… ma non lo è… ora.”

Che diavolo voleva dire?

“Stai tranquillo” chiuse Henry “ci penso io”.

La riunione fu un assoluto disastro. Con il suo fare razionale e tranquillizzante, Henry pareva volesse minimizzare la portata della pandemia, cosa che non piacque a diversi clienti, alcuni dei quali avevano amici o parenti già in ospedale. Per di più, durante la riunione, arrivò un messaggio della moglie che lo fece innervosire e apparire ancora più indisponente: “Hai letto l’opuscolo?”. Finita la riunione, Henry chiuse gli occhi e in modo del tutto naturale il suo cuore rallentò i battiti. Le sinapsi iniziarono a mandare impulsi decisi e regolari. In quel momento arrivò un altro messaggio della moglie: “Leggi l’opuscolo”, fu come mettere lo sgambetto ai suoi neuroni. Henry diede un pugno al tavolo “Vuoi che leggo il cazzo di opuscolo? E io leggo il cazzo di opuscolo!” disse ad alta voce.

Sulla copertina c’era una adolescente accovacciata in posa fetale nel suo letto, con degli auricolari nelle orecchie. “Pessimo copy” pensò Henry. Nelle quindici pagine dell’opuscolo digitale si passavano in rassegna scenari apocalittici per gli adolescenti: la clausura avrebbe portato ad alienazione, disturbi compulsivi, attacchi di panico, violenza, autolesionismo, depressione, tentativi di suicidio, atteggiamenti maniacali, disturbi alimentari, alcolismo giovanile… la lista era ancora lunga. Cosa fare in caso di un attacco di panico. Cosa fare in caso di autolesionismo. Cosa fare in caso di… Henry smise di leggere: ne sapeva abbastanza per poter dimostrare a Bess di aver letto.

Capitolo 7

Quel giorno a pranzo mangiarono Messicano.

“Cosa erano quei rumori nella tua stanza?” chiese Henry.

“Che rumori?”

“Tipo roba che cade per terra.”

“Stavo saltando.”

“Facevi uno di quei giochi dove devi muoverti?”

“No, faccio ginnastica.”

“E da quando?”

“Siamo chiusi qui dentro. Io faccio un po’ di ginnastica.”

Aveva ragione, era una buona idea. A Henry già mancavano le camminate che faceva per arrivare da casa alla metro e poi dalla metro all’ufficio. Anche in ufficio finiva sempre per muoversi parecchio. Si prese tra pollice e medio la pancia all’altezza dell’ombelico: gli sembrava di essere già ingrassato.

“Sono arrivato al mare” disse Mark.

“Cosa?”

“Nel gioco. Sono arrivato al mare.”

“Ah. E allora?”

“È pieno di zombie. Zombie modificati che lo iodio non gli fa niente.”

“Lo avevo detto io” fece Henry soddisfatto. “Quindi finito così?”

“No. C’è una nuova missione. Pare che non possano stare in alta quota. Quindi ora ci dirigiamo verso le montagne”.

“Ah. Ma come fai a guidare tutti e due?”

“Cosa?”

“Hai detto che sono due amici, no?”

“Ne uso uno e l’altro segue”

“E allora perché farne due?”

“Si può giocare in due ma non online”

“Che vuol dire non online?”

Mark sbuffò. “Due con due pad attaccati alla stessa console.”

“Ah, tipo con un amico che viene a trovarti.”

“Sì”.

Henry si pulì la bocca soddisfatto questa volta del pranzo. “Che fregatura.”

Quella sera, dopo aver mangiato italiano insieme a Mark (che di nuovo azzeccò l’ordine: i suoi spaghetti con meatballs erano una felice esagerazione di sugo e carne) Henry lavorò fino a mezzanotte. I dati confermavano quello che già temeva: la sua azienda avrebbe potuto resistere quattro mesi al massimo in quella situazione. Situazione che sarebbe potuta peggiorare, quello era solo l’inizio. Raccontò la cosa a sua moglie e la sua mancanza di preoccupazione gli disse per l’ennesima volta quanto erano oramai distanti l’uno dall’altro. Ma erano mai stati davvero vicini? Henry non se lo ricordava davvero. Superò agevolmente l’interrogazione di Bess sull’opuscolo.

“Mi raccomando Henry, Mark è un ragazzo sensibile.”

“Non me n’ero accorto.”

Quando si salutarono Henry si disse che doveva dirle che le mancava, ma non se la sentì di essere così ipocrita.

Non aveva sonno, accese il televisore e andò su un canale on demand. Tutti i film che vedeva in vetrina gli sembravano, a giudicare dalla locandina e dall’accenno di trama, così distanti da sé. Poi notò una scritta in basso: “Classici senza tempo”. Anche lì non ne conosceva molti, ma le locandine erano decisamente più rassicuranti e molti attori li aveva già visti da qualche parte. Poi notò una locandina: Kramer contro Kramer. I suoi genitori lo adoravano e lui lo aveva visto da bambino. Ricordava perfettamente le lacrime di sua madre mentre lo guardava e la sensazione che fosse colpa sua. Pigiò sul tasto play. Guardò tutto il film senza interruzioni come un osservatore indifferente ai pesci che guarda un acquario. Nessuna emozione, ma capì con fredda razionalità il senso profondo del film: un uomo-bambino viene lasciato dalla moglie ma proprio grazie a quel dramma crea un rapporto intenso e gratificante con il figlio piccolo e diventa un uomo-padre. Interessante. Non potè non notare le analogie con la sua situazione, a parte che lui non era stato lasciato dalla moglie, suo figlio era un adolescente, e soprattutto lui non poteva essere più diverso dal personaggio del padre che, coincidenza, era giusto un dannato copywriter. Quando finì il film, dalla stanza di Mark arrivavano ancora rumori di spari. Andò a letto, chiuse gli occhi e si addormentò immediatamente e senza pensieri.

Capitolo 8

I giorni successivi passarono in modo ipnoticamente uguale. L’unica variazione erano i menù a pranzo a cena. Provarono di tutto, compreso l’eritreo, il persiano e il cileno. Mark sembrava avere la dote magica di indovinare i piatti migliori e più abbondanti e così Henry decise di copiare spudoratamente suo figlio. Capì gli orari in cui Mark andava in bagno e faceva in modo di evitare la zona per almeno un’ora. Le loro uniche conversazioni avvenivano a pranzo e a cena ed erano, Henry lo sapeva e la cosa non gli importava, semplice dialogo di cortesia: Mark raccontava i progressi nel gioco, Henry non parlava di niente. Entrambi sentivano Bess tutti i giorni, ma ognuno per conto suo.

“Mi sembra agitato” gli disse Bess un giorno.

“Non mi sembra.”

“Mi ha detto che sta studiando poco.”

“Beh, che ti aspettavi in una situazione del genere? Almeno ha detto la verità.”

“Mark dice sempre la verità” disse Bess con quel tono serio e semi-drammatico che tanto irritava Henry.

“Ok” tagliò corto.

Giorno dopo giorno, ad Henry sembrava sempre più di essere entrato in una nuova realtà. Non si chiedeva neanche se e quando sarebbe finita, la viveva e basta. C’era l’azienda da salvare, questo contava. E per fortuna c’era Liam. In qualche modo sentiva che le lunghe riunioni con lui gli facevano bene. Si accorgeva di aspettarle con piacere e di sentirsi più leggero alla fine. Si rese conto che Liam era l’unica persona al mondo con cui si permetteva di scherzare.

Capitolo 9

Una mattina, chissà quanti giorni dopo, Liam non si collegò per la solita riunione del mattino. Henry lo chiamò al telefono: nessuna risposta. Iniziò a lavorare a una strategia per abbassare i costi dei consulenti creativi dell’agenzia. La sua idea era quella di creare una sorta di “template creativo” da utilizzare su più clienti. In fondo era quello che succedeva già anche se nessuno voleva ammetterlo, quindi perché pagare dei consulenti per proporre sempre la stessa solfa leggermente modificata? Potevano farlo loro internamente. La correttezza dell’idea lo eccitò.

Nella tarda mattinata ricevette una skype call che non si aspettava: era Viktor, il direttore generale. Henry lo detestava per la sua mancanza di coraggio aziendale mascherata da ragionevolezza e per quel suo modo di ridere talmente forte che risuonava per tutto l’ufficio. Inoltre, aveva sempre le ascelle sudate, così terribile dal punto di vista del cliente.

“Buongiorno Viktor” nel vedere in video il suo faccione corpulento armato di doppio mento, gli sembrò di sentire l’odore pungente e muschiato del suo sudore ascellare.

“Henry. Non ho buone notizie.”

“Di già?” Pensò Henry. Qualche altro pezzo grosso doveva aver lasciato la barca. Forse la General Motors?

“Dimmi tutto” disse Henry incrociando le dita e mostrandosi, senza difficoltà, pronto a reggere il colpo.

“Liam è morto.”

Qualcosa si bloccò nella gola di Henry.

“Cosa?”

“Liam è morto Henry. E’ successo ieri notte”.

Liam era amico di Henry, ma a lui sembrò di non provare niente.

“Come è successo?”

Ma Henry già sapeva la risposta. Quel maledetto virus che stava per far chiudere la sua azienda si era portato via il suo amico. Uno dei pochi, forse il solo. Viktor non rispose subito, prima dovette soffiarsi rumorosamente il naso. Henry insistette: “Ieri stava bene, come ha fatto il virus a portarselo via così…”

“Non è stato il virus, o almeno non direttamente. È una cosa un po’ delicata. Liam aveva fatto venire a casa un puttana.”

“Una prostituta?” lo interruppe Henry incredulo.

“Sì una puttana” confermò Viktor sbrigativo come se fosse la cosa più normale del mondo “Liam era un noto puttaniere, non ne sapevi niente?”

“No, non ne sapevo niente.”

“Beh, ora con le puttane è tutto un casino: gli tocca andare a casa dei clienti perché in strada non ci va nessuno, e già questa è una rottura, in più parecchi clienti hanno iniziato a tirare sul prezzo, anche quelli abituali. Che poi ci sta, è la legge del mercato.”

“Ma tu come sai queste cose?” chiese Henry stordito.

“Me l’ha spiegato il poliziotto che sta sul caso.”

“Perché hanno parlato con te?”

“Perché Liam non aveva parenti, lo sai, no?”

“Sì…” fece Henry ancora sconcertato. Viktor intuì quello che stava pensando.

“Sono il direttore generale, è normale che chiamassero me. Comunque sono parecchio incazzate, le puttane, e quando Liam, che era un abituale, ha tirato sul prezzo…”

“Liam ha tirato sul prezzo?”

“Anche a me ha stupito. Non lo facevo uno così. Uno che tirava sul prezzo.”

Se per questo Henry non lo faceva neanche un puttaniere, ma cominciava a capire che non conosceva affatto il suo amico.

“Insomma, Liam ha tirato sul prezzo, hanno discusso pesantemente e poi la puttana lo ha accoltellato al petto.”

Liam che si fa venire a casa una prostituta, che tratta sul prezzo e che viene accoltellato. Henry non sentiva i piedi, il sangue doveva essere andato altrove.

“Grazie di avermi avvisato, Viktor.”

“Il mondo è fottuto, Henry. Lo sai che oggi un tizio è andato a sparare ai pipistrelli sotto il ponte?”

Parlava della colonia di pipistrelli sotto Congress Avenue, la più grande colonia di pipistrelli del mondo. Ogni giorno, al tramonto, volavano sopra il ponte e si immergevano nel rosso fuoco del cielo sopra Austin.

“Voleva ucciderli tutti, perché il virus si è portato via la sua vecchia” Viktor rise come faceva in ufficio. La risata echeggiò per la stanza. Era troppo. Henry doveva chiudere quella conversazione prima che dicesse cose che non poteva dire.

“Grazie Viktor, ora devo andare.”

“Ok. Inutile dirti che non deve trapelare niente a livello aziendale.”

“Certo.”

“Prenditi un po’ di tempo se devi, ma ecco,  lo sai come siamo messi.”

“Lo so. Non ho bisogno di tempo. Ci aggiorniamo più tardi, Viktor”

Henry chiuse la conversazione. Solo ora si accorse che dalla stanza di Mark non arrivava nessun suono. Henry si avvicinò alla porta. Henry stava parlando con qualcuno, aveva una voce leggera, spensierata. Bussò alla porta. Silenzio.

“Che c’è?”

“Posso entrare?”

Mark parlò a bassissima voce. Il suono di un click, poi silenzio.

“Vai.”

Henry entrò. Mark lo guardava senza curiosità seduto su una sedia girevole che Henry non ricordava di aver mai comprato e che sembrava minuscola sotto la sua massa.

“Parlavi con la mamma?”

Mark si prese un attimo prima di rispondere.

“No”.

“Ah ok. Pensavo… ti ho sentito parlare. Ecco.”

“Ti serve altro?”

Henry per un attimo ebbe la folle idea di dirgli di Liam.

“No. Che ti va di mangiare oggi?”

“Decidi tu.”

“Pensavo a un peruviano.”

“Peruviano va bene.”

Mark ruotò con il busto la sua sedia girevole. Henry osservò le spalle larghe che debordavano dalla spalliera della sedia.

Quella sera, Henry vide di nuovo Kramer contro Kramer. Sentiva di non aver colto qualcosa di essenziale in quel film. In realtà aveva colto tutto, solo che non lo aveva sentito. Ora aveva quel groppo duro e acido nella gola che non andava via, che lo aveva reso, in un certo senso e in quel momento, un uomo diverso. E nel momento in cui Dustin Hoffman abbraccia suo figlio che pensa che sua madre sia andata via per colpa sua, in quel momento in cui lo abbraccia e le sue spalle crollano e inizia a singhiozzare anche lui, in quel momento Henry iniziò a piangere come un vitello. Si spostò in camera, non voleva che suo figlio lo sentisse. Andò in bagno e si lavò più volte il viso. Gli occhi erano arrossati, erano moltissimi anni che non si vedeva così. Forse da quando era bambino? Respirò a fondo e fece rientrare il dolore, si sciacquò di nuovo. Poi sentì la maniglia della porta tirare con violenza.

“Ecco, un attimo” disse Henry.

Mark non disse nulla. Henry continuava a guardare la porta. Improvvisamente fu investito da qualcosa che non conosceva e si sentì teneramente, irresistibilmente vicino a suo figlio dai capelli viola con un ciuffo verde. D’impulso fece per andare ad aprire la porta, voleva abbracciarlo e la semplice idea lo commuoveva, ma proprio in quel momento i passi pesanti del figlio risuonarono nel corridoio: era tornato nella sua stanza. Il momento era passato. Quella notte Henry non chiuse occhio. Cercò di razionalizzare quello che non si poteva razionalizzare, cercava di catturare immagini confuse di un passato lontano e brandelli di avvenimenti che non erano mai successi. Sapeva solo che voleva stare vicino a suo figlio. Come in Kramer contro Kramer.

Capitolo 10

La mattina dopo si svegliò molto presto e iniziò a preparare un pranzo luculliano. Non cucinava da moltissimi anni, dai tempi dell’università, quando era il bravo esecutore di una cucina esatta e razionale, basata sulle ricette. Oggi era ancora più facile, era bastato andare su uno dei tanti siti di cucina e scegliere qualche ricetta appetitosa e coerente con quanto aveva in cucina. Doveva resistere alla tentazione di fare troppo rumore ma, doveva ammetterlo, non vedeva l’ora che suo figlio si alzasse e vedesse tutto quello che stava facendo per lui.

Mark si affacciò in cucina a metà mattina. Henry non lo vide subito, era impegnato a mescolare energeticamente con la frusta il preparato per la besciamella.

“Hey” fece Mark. Henry si girò e gli sorrise, lasciò il recipiente che aveva in mano e andò verso il frigo.

“Buongiorno!” disse Henry. “Ti scaldo il latte, ok?”

Mark non rispose, si limitò a guardarlo. Si sistemò il ciuffo con la mano e si sedette facendo scricchiolare la sedia. Henry mise il pentolino sul fuoco.

“Hai letto che un tizio ha sparato ai pipistrelli sotto Congress Avenue?”

Mark annuì: “Ne ha ammazzati quindici.”

“Che pazzia eh?” fece Henry inspiegabilmente eccitato.

Mark fece spallucce “Non scaldarlo troppo o fa la panna.”

“Oh… sì scusa” fece Henry che di risposta abbassò la fiamma sotto il pentolino del latte.

Henry aprì un’anta, poi un’altra, poi un’altra ancora.

“Dove sono  tuoi biscotti?” chiese.

“Sono finiti. Tanto non ho fame.”

“Ma dobbiamo ordinarli subito. Insieme ad altra roba… qui ho finito quasi tutto” disse compiaciuto mostrando i piatti preparati: lasagne, petto di pollo impanato e ripassato alla birra, riso con verdure.

“Ti sei dato da fare” disse Mark senza tono.

“Già. Basta cibo da asporto!”

Mark si alzò e andò a spegnere il fuoco, poi si versò il latte caldo nella tazza e si sedette nuovamente. Henry si accomodò dall’altra parte del tavolo.

“Senti, volevo chiederti, quanti controller hai per la tua consolle?”

Mark lo guardò.

“Uno.”

“Oh.”

Silenzio.

“Perchè?”

“Beh, pensavo che potremmo comprarne un altro”.

Silenzio.

“Perchè?”

“Mi sembra interessante quel gioco che stai giocando. Ah. Sei arrivato alle montagne?”

“No.”

Mark si portò la tazza alla bocca.

“Beh, pensavo, visto che si può giocare in due, che potrei provare a giocarci anche io.”

Mark bevette con calma dalla tazza un lungo sorso, poi la poggiò e guardò il tavolo.

“Allora fammi capire. Tu vuoi giocare con me al mio videogioco.”

“Sì. Mi piacerebbe.”

“Mmm.” Mark incrociò le braccia larghe e muscolose e piantò gli occhi sul padre “Deve essere successo davvero qualcosa di terribile.”

Henry si sentì come un adolescente beccato in flagrante con una rivista porno dalla mamma.

“Perchè? Perchè dici così?”

“Non sai niente di me. E il motivo è perchè non te n’è mai fregato niente di me. E ora che vuoi fare? Cucinare un bel pranzetto, giocare con me ai videogiochi e torna tutto a posto?”

L’allarme del forno suonò. Henry, grato per quella pausa, andò a spegnere il forno, dando così le spalle al figlio. Sperò che, quando fosse tornato a girarsi, Mark fosse sparito. Invece era ancora lì, a guardarlo con le braccia incrociate e quel ciuffo verde che era sembrato farsi più grande.

“Non ho detto questo” disse Henry a mezza bocca.

Mark sospirò e scosse la testa. Poi si alzò in piedi facendo indietreggiare rumorosamente la sedia e bevette tutto il latte in un sorso solo.
“Tranquillo papà, qualsiasi cosa sia, passerà” disse, poi si girò e tornò in camera sua, che chiuse con squisita, inaspettata dolcezza.

Capitolo 10

Arrivò l’ora di pranzo, Henry andò a bussare alla porta di Mark.

“Mangio più tardi” disse Mark.

Henry si sedette al computer, aprì Skype e chiamò sua moglie, che non rispose. Henry dovette strizzare gli occhi tra pollice e indice per non sprofondare in una tristezza singhiozzante. “È lo shock” si disse. Suo figlio aveva ragione: qualsiasi cosa fosse, sarebbe passata. Anche il virus sarebbe passato e tutto sarebbe tornato come prima. Ma poteva davvero tornare come prima? “Ma sì, fanculo”, si disse e proprio in quell’istante realizzò di avere fame. “Vuole mangiare più tardi quello stronzo? Come vuole, sempre che avanzi qualcosa”. Henry accese il forno e regolò la temperatura. Prese la teglia di lasagne ma, mentre la teneva tra le mani, sentì un colpo sordo e fortissimo provenire dalla stanza di Mark. Poggiò la teglia sul tavolo, guardò la porta bianca. Nessun rumore. Avanzò rapido verso la porta, e mentre lo faceva sentì una voce di ragazza che chiamava suo figlio “Mark! Mark!”. Henry bussò deciso e fece per entrare. Qualcosa bloccava l’ingresso, guardò in basso e vide l’enorme testa di Mark rivolta a testa in giù che bloccava lo stipite della porta. Tutto il suo corpo era pancia a terra, le braccia tremavano. Nel grande schermo del computer c’era una finestra in cui una ragazza bruna dal viso piccolo e dolce gridava in preda al panico: “Mark! Mark!”

Henry si appoggiò con la spalla alla porta e cominciò a spingere con tutta la sua forza. Suo figlio era davvero pesantissimo, ma riuscì a guadagnare alcuni centimetri.
“Che è successo?” chiese Henry alla ragazza.

“Non lo so! Io… io l’ho…”

Henry diede un’altra spinta. Si aprì un altro spiraglio. Henry svuotò i polmoni e passò nello stretto vano della porta, stando attento a non calpestare il corpo di Mark. Una volta dentro voltò con delicatezza il volto del figlio: aveva il respiro strozzato, le labbra livide e la pelle sudata e smorta.

“Mark?! Mark?!”

“Ha iniziato a respirare strano e poi è caduto a terra!” gridò la ragazza.

Henry prese il cellulare e iniziò a comporre il numero di emergenza. “Chi sei tu?! Che è successo?!”

“Sono la sua ragazza!”

Henry la guardò stupito mentre portava il cellulare all’orecchio ”Non sapevo avesse una ragazza.”

“Beh in realtà abbiamo rotto. Tipo adesso.”

Il cellulare non prendeva la linea. Henry riattaccò e ricompose il numero.

Il cellulare continuava a non prendere la linea. “Cazzo di virus!!!” urlò Henry esasperato.

“Papà…”

Ad Henry sembrò di averlo immaginato.

“Ho caldo papà…”

Henry abbassò lo sguardo verso il figlio. Davvero lo aveva chiamato papà? Henry si abbassò sulle ginocchia e, delicatamente, aiutò il figlio a girarsi sulla schiena. In quella posizione anche le gambe gli tremavano, mentre il respiro si faceva ancora più affannoso. Marks si portò la mano destra al petto. Henry ordinò al suo cuore di rallentare, quindi lanciò i suoi segugi sinaptici in cerca della soluzione. Si illuminò chiaro nella mente l’opuscolo, quel cazzo di opuscolo che avrebbe dovuto leggere per filo e per segno e che invece aveva buttato chissà dove. Però qualcosa aveva letto, qualcosa che gli ricordava quella situazione, fiato corto tremolìo sudorazione sensazione di caldo svenimento… ecco cosa aveva suo figlio: un attacco di panico.

Henry si sedette in ginocchio, chiuse gli occhi e si sforzò di ricordare quello che aveva letto solo distrattamente ma che ora doveva far emergere vivido e lucente come una pepita d’oro da un fiume gelido.

Punto 1: rimuovere l’eventuale causa.

Quello era facile. Henry avanzò rapido verso il computer e guardò la ragazza che singhiozzava e lo guardava spaurita.

“Non è colpa tua. Ora devo lasciarti” disse mentre chiudeva la schermata.

“Ma…” disse la ragazza, prima di scomparire in un puntino.

Punto 2: parlare in tono rassicurante ma deciso.

Henry tornò dal figlio, gli tolse il ciuffo verde dalla fronte umida. Era sudatissimo.

“Mark. Ascoltami. Non è niente di grave, non preoccuparti, andrà tutto bene.” Il figlio lo guardò e gli sembrò che la frequenza di respirazione accelerasse… non avrebbe dovuto diminuire?

Punto 3: Non negare o sminuire. Dire frasi come “Non c’è bisogno di preoccuparsi” aggraveranno solo la situazione.

“Cazzo” disse Henry tra i denti.

Punto 4. Henry ricordava il punto quattro. Supporto emotivo ed empatia. Henry ricordava tutti i punti, fino all’ottavo. Henry, che quando cucinava seguiva una ricetta, che quando faceva un piano di produzione seguiva uno schema ineccepibile ed esatto. Henry era in controllo, anche se non tutto si può controllare e se c’era bisogno di una prova c’era quella creatura invisibile lì fuori che si stava mangiando il mondo.

Henry spense il cervello è guardò Mark negli occhi, neri come i suoi. Era tempo di tirare fuori suo figlio da quella roba scura e profonda in cui era precipitato. Gli accarezzò la testa, i capelli erano sudati come se avesse corso, poi gli prese la mano che Mark si teneva sul cuore e gli parlò davvero.

“Stai avendo un attacco di panico. Ecco cosa devi fare e tutto tornerà alla normalità. Devi concentrati sul respiro. Inspira più che puoi, riempi i polmoni.”

Mark cercò di farlo ma aveva il fiato spezzato. Terrorizzato, strinse la mano del padre. Henry senza alzarsi prese un pacco di fazzoletti dalla libreria e gli asciugò il sudore sul viso.

“Sai cosa faremo? Conteremo. Anzi, conterò io per te. Inspira fino al tre, poi espira fino al tre. Sei pronto?”

Mark annuì.

“Bene. Inspira. Uno, due, tre. Espira. Uno, due, tre. Inspira con il naso, espira con la bocca.”

Il mattone che sembrava gravare sul petto di Mark, piano piano si sgretolò e Mark cominciò a respirare regolarmente. Henry prese un altro fazzoletto e lo asciugò di nuovo.

“Bravo Mark. Continua. Uno, due, tre.”

Continuarono per alcuni minuti. La pelle di Mark tornò di un rosa pallido.

“Te la senti di alzarti?”

Mark annuì.

“Forza, ti tengo io.”

Appena Mark fece leva sull’altra mano, Henry tirò indietro la schiena e fece forza con il braccio. Malgrado il peso del figlio, bastò un tentativo.

“Appoggiati a me, forza” Mark era pesantissimo, le gambe di Henry tremarono per lo sforzo.

“Ora camminiamo per il corridoio. Lentamente. Ma tu continua a contare. Inspira ed espira”

Quando Mark ebbe abbastanza forza da sistemarsi il ciuffo, Henry capì che suo figlio era tornato. Andarono in cucina, Mark si sedette mentre Henry fece scorrere l’acqua dal rubinetto di modo che fosse la più fresca possibile. Mentre saggiava la temperatura dell’acqua con il dito, suo figlio disse qualcosa. Henry chiuse il rubinetto.

“Hai detto qualcosa?”

“Ho detto brutta stronza.”

Henry guardò il bicchiere pieno e gli venne in mente qualcosa che gli aveva detto un cliente di una casa farmaceutica.

“Lo sai? Le donne sono composte per il cinquanta per cento d’acqua”

Mark lo guardò.

“Non vanno prese troppo sul serio, ti pare?”

A Mark scappò un sorriso involontario.

“Vado a stendermi a letto” disse Mark.

“Prima bevi.”

Mark bevve l’acqua a piccoli sorsi, poi a passi lenti e pesanti andò in camera sua. La porta si chiuse appena.

Capitolo 11

Henry passò le ore successive informandosi sul virus, su quanto sarebbe potuto durare l’obbligo a stare in casa. Fino ad allora si era posto a malapena il problema, ora sentiva il bisogno di verde e di aria fresca. Soprattutto per suo figlio. Qualcuno suonò alla porta. Henry era talmente sorpreso che rimase immobile. Quel qualcuno ora bussò con decisione. Henry si alzò, andò alla porta e guardò dallo spioncino: era un ragazzino con un berretto del servizio spedizioni straordinariamente magro.

“Cosa c’è?” chiese senza aprire.

“Consegna espresso per Henry Miller. Non apra la porta.”

“Non ho ordinato niente.”

Attraverso lo spioncino vide il ragazzino sbuffare.

“Beh facciamo così” disse il ragazzo “io lo lascio qui a terra, come da direttiva, e lei ci fa quello che le pare.”

Il ragazzino scomparve dalla vista dello spioncino, poi Henry sentì i suoi passi sulle scale. Aprì la porta e prese il pacco. Lo aprì subito, rimanendo in piedi davanti all’ingresso. Sulla confezione c’era scritto Controller Dual Shock V2 Magma blue e attraverso la plastica trasparente Henry vide un controller uguale a quello del figlio. A parte il colore, blue elettrico. Henry si avvicinò alla tromba delle scale e vide il ragazzo scendere velocemente.

“Hey! Hey!!!”

Il ragazzo guardò in alto.

“Quando è stato spedito?”

Il ragazzo prese il taccuino e girò alcune pagine.

“Due giorni fa!”

Henry rimase muto, attraverso l’ingresso guardò la porta bianca. Poi si rivolse di nuovo al ragazzo.

“Te la senti di risalire qui su?”

“C’è qualche problema?”

“No. Facciamo così. Io ti lascio una bella mancia, come da direttiva, qui sul tappetino. E tu ci fai quello che ti pare. Ok?”

Il ragazzo sorrise.

“Ok.”

Henry prese una banconota da 20 dollari e la infilò per metà sotto lo zerbino, poi rientrò in casa. Chiuse la porta di ingresso e si avviò a passi lenti verso la porta bianca. Stracciò il resto del pacco per liberare la confezione. La aprì e tirò fuori il controller. Era pesante nella sua mano. Gli ricordò il qualche modo il peso di suo figlio quando era appena nato, un peso insignificante per un prodotto così infinitamente complesso, straordinariamente imperscrutabile, unico. Arrivò davanti alla porta. Da dentro nessun rumore. Pigiò il pulsante X sul controller, poi lo annusò, sapeva di nuovo e inesplorato. Sorrise e bussò.

Autore

Andrea Fazzini

Dopo una laurea in fisica dei biosistemi e un diploma in pianoforte, decide di cambiare direzione e diventa sceneggiatore per la tv e game designer per videogiochi. Negli ultimi anni si è occupato soprattutto di storytelling interattivo.

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