“Quindici”. Un racconto di Elena Vanin

Tempo di lettura: circa 35 minuti

Ci sono cose di cui sarebbe meglio non parlare, mai. Consapevolezze, ricordi e segreti che si annidano sotto la pelle o negli angoli più bui e polverosi della mente e che dovrebbero essere delicatamente riposti in soffitta, per sempre.

Alcuni desideri devono essere confinati per il bene di tutti, mine impazzite che potrebbero far deflagrare il mondo intero, se solo li lasciassimo fare, se ci facessimo persuadere dalle loro suppliche fasulle.

Un passo falso e morirò. Anzi, moriremo. Camminiamo in punta di piedi tra i corridoi di questo appartamento, attenti a non sfiorarci neppure con lo sguardo.

Non è facile, ma glielo dobbiamo. Io glielo devo. Li amo troppo per vederli soffrire, preferisco recitare, fare finta che vada tutto bene, sorridere a comando e sperare che la morsa allo stomaco si allenti, mi permetta di ritornare in superficie e riprendere fiato, prima o poi.

Mi chiamo Tomas, ho diciannove anni e sono un povero illuso. Almeno questo lo so.

La prima ad essere portata via dall’ambulanza è la mamma. Sembra una scena da film post-apocalittico, con gli infermieri e i medici bardati con guanti, mascherine e tute bianche.

Guarirà? Non ci dicono molto, previsioni non ne fanno. Ci intimano solo di restare chiusi in casa, potremmo essere positivi anche noi. Di sicuro lo è nostro padre, a letto con la febbre e la tosse secca da giorni. Lui, però, a differenza della mamma, riesce ancora a respirare in maniera autonoma.

Olivia osserva la scena in silenzio, gli occhi verdi sono sgranati, ma privi di lacrime.

Sembra una bambina (mi correggo: è una bambina), quando è senza trucco e ha i capelli raccolti alla bell’è meglio. Ha le labbra screpolate e continua a massacrarsi le unghie. Vorrei stringerla al petto, cullarla e sussurrarle che andrà tutto bene. Ma non lo faccio, mantengo le distanze di sicurezza, spero almeno che possa leggermi nel pensiero. Lei neppure mi guarda, fa finta che io non esista. Dopo quanto accaduto, non posso biasimarla. Sono stato io ad allontanarla, a dirle che era una pazza, una stupida. L’ho massacrata di parole e ora ne pago le conseguenze.

So che avrebbe bisogno di un abbraccio, illudendosi per un istante di scomparire tra le mie mani, dissolvendosi insieme alle ansie che le fanno corrugare la fronte ed aggrottare gli occhi.

Non ci parliamo da sei mesi.

Una vita fa.

Speravo mi avrebbe concesso una deroga, visto i tempi grami in cui ci troviamo, ma Olivia è fatta così, ti uccide con il silenzio. Ed è cocciuta, la ragazza: neppure una situazione di emergenza mondiale riesce a farla vacillare. Ha una volontà di ferro verso tutto ciò che non riguarda me.

So di essere il suo punto debole, basterebbe uno sguardo obliquo o una carezza per farle dimenticare il livore che nutre nei miei confronti.

Ed è quello che faccio, quando il medico del 118 chiude la porta dietro di sé, con un tonfo secco, un gesto terribilmente definitivo. Non sappiamo neppure in quale ospedale la stiano portando, le corsie strabordano di pazienti in fame d’aria, gente come noi che lotta per un respiro. Persone come mia, nostra madre.
Poso una mano sulla testa di Olivia, con un gesto quasi da sacerdote che impartisce la benedizione ai fedeli. Ego te absolvo

Olivia si irrigidisce, ma mi lascia fare. Le bacio la fronte e mi rendo conto, con orrore, che scotta. La prendo in braccio e la infilo nel letto, rimboccandole le coperte.
Sopravviveremo anche a questo, mi dico, guardandola addormentarsi. Nel sonno chiama il mio nome, ma io non rispondo. Trascorro la notte sul divano, il volto illuminato dalla televisione a volume azzerato. Non dormo.

Devo stare di guardia, c’è un nemico in agguato che potrebbe portarmi via le persone che amo.
E no, non sto parlando del virus.

Olivia mi risveglia a mattina inoltrata, un’espressione di allarme sul volto. “Papà sta peggiorando” mi annuncia, con la voce rotta. Lei, invece, sembra essersi ripresa. Non c’è più traccia del pallore di ieri.

Due ricoveri in meno di ventiquattro ore.

L’appartamento è improvvisamente troppo vuoto, i corridoi si trasformano in labirinti infiniti e paradossalmente sempre uguali.
Io e Olivia vaghiamo per le stanze, in attesa.

Ci hanno chiamato dal Regina Margherita, i nostri genitori sono stati trasferiti alle OGR, in una specie di ospedale da campo. Sono entrambi intubati, che è un modo gentile per dirci che sono in coma. “Si risveglieranno?” Mi chiede Olivia, febbrile. Ma certo, Olli.

Ostento una sicurezza che non mi appartiene, ma ora sono io l’adulto di casa. Olivia è diventata ufficialmente una mia responsabilità, come se prima non lo fosse… Sono impaurito quanto lei, addirittura più di lei. Mi rendo conto dell’enormità della situazione: devo tenerla fuori dai guai, ma se fossi io il pericolo?

Olivia sembra leggermi nel pensiero, commenta: “I prossimi quindici giorni saranno cruciali”. È una minaccia, una promessa o entrambe? Preferisco non risponderle e fingo di avere un mal di testa improvviso. Lei mi lascia stare, ma so che non stava parlando dei nostri genitori. C’è un enorme elefante nella stanza, che rischia di calpestare tutto quanto.

Abbiamo quindici giorni di tempo per evitare che accada l’irreparabile, a partire da ora.


Primo giorno

L’attesa è logorante. Vivo con il cellulare in mano, aspettando che qualcuno si ricordi di chiamarci. Olivia dice che è meglio non sapere niente, perché almeno significa che la situazione si mantiene stabile. Nessuna nuova, buona nuova.

È una filosofia che non condivido, odio questa sospensione della vita, in cui le ore si dilatano all’infinito, per poi tornare indietro come un boomerang impazzito.
Non ho fame, non ho sete. Navigo a vista, ma le correnti non sono a mio favore.

Sono già stato orfano e – lasciatemelo dire – è una merda. Non sono ancora pronto a lasciarli andare, non posso affrontare altre morti.
Loro sono il pilastro su cui si regge la mia sanità mentale, il baricentro di una vita che avrebbe potuto essere un disastro e che, invece, si sta rivelando una discreta opera d’arte. Non un capolavoro, intendiamoci. Ma perlomeno mi sono diplomato, mai avuto problemi di droga ed alcol, fedina penale pulita. Alla faccia di quelli che dicono che se nasci in una famiglia di delinquenti, allora il tuo destino è segnato per sempre.

La mia mat faceva la puttana, probabilmente sono il frutto di un amplesso meccanico, privo d’amore o di qualsivoglia emozione. Chissà chi è il mio papà: da lui ho solo ereditato il colore e la forma degli occhi, neri e leggermente allungati. Da mia madre, invece, tutto il resto: la forma del viso, gli zigomi alti, le labbra gonfie e i denti leggermente storti.

Lei, a un certo punto, ha anche smesso di averli, i denti. Le cadevano dalla bocca, uno spettacolo raccapricciante, a cui ero costretto a partecipare come unico spettatore.

Mi è morta davanti agli occhi, soffocata dal suo stesso vomito. Avevo tre anni. Sono rimasto per giorni a vegliare il suo cadavere, in attesa che si risvegliasse. Di notte mi rannicchiavo vicino a lei per riscaldarmi, ma era gelida, stranamente rigida. Chiudevo gli occhi e sussurravo una ninna nanna, fingevo fosse lei a cantarmela.

I servizi sociali mi sono venuti a recuperare su segnalazione di una vecchia, che abitava dall’altro lato della strada e che ogni tanto mi preparava dei biscotti, croccanti e senza sapore.

L’orfanatrofio è un capitolo che preferirei bypassare, è una di quelle ferite che mai si rimargineranno, sempre in procinto di farti andare in cancrena l’anima. Ricordo le infermiere, la fame, le espressioni vuote di bambini sparuti come me. Ho provato a scappare più volte, ma il custode mi ha sempre riacciuffato. E giù botte, meticolosamente eseguite con un’asta di legno, logora per il troppo uso. Ho ancora qualche cicatrice, sparsa qua e là. Olivia dice che mi stanno bene, mi conferiscono l’aria da duro.

Il mio destino lì dentro, tra quei letti di ferro battuto e i muri scrostati, sembrava una certezza a cui mi sarei dovuto abituare. Ero in procinto di farmene una ragione, quando… sono arrivati loro. Erano giovani, un po’ spaesati, si tenevano per mano, guardandosi intorno.

Quando mi avevano individuato tra gli altri, mi ero sentito benedetto.

La mamma, con le lacrime agli occhi, si era accucciata davanti a me, porgendomi un peluche, quel teddy bear che ancora oggi occupa un posto d’onore sul mio comodino.

Ero scoppiato a piangere, disperatamente, con singulti quasi isterici. Non avevo mai ricevuto un regalo. Ero sopraffatto dalla gratitudine e dalla vergogna per lo squallore che ci circondava, avevo paura che quella signora così gentile se ne andasse, schifata dal mio moccio e dal perenne odore di cavolo marcio e candeggina da quattro soldi che mi impregnava la pelle e i vestiti sformati.

Invece era rimasta. E con lei, suo marito.

Entrambi mi hanno preso e portato con sé, in un altro mondo, un’altra vita.

E questo ha fatto tutta la differenza del mondo.

Ecco perché non posso tradire la loro fiducia.

Devo loro la vita.

Ma questo Olivia non sembra capirlo. Per lei è tutto un gioco, i tabù non sono niente, stupide convenzioni sociali, strascichi di una morale superata che non le appartiene.

A volte è davvero immatura, egoista da far rabbia. La sua ricerca della felicità non guarda in faccia niente e nessuno, me compreso. Ed è paradossale, visto che mi considera – testuali parole – l’unico grande amore della sua vita.

Le ho intimato di non dire cazzate.


Terzo giorno

È tutta la mattina che il telefono di casa squilla. La notizia dei ricoveri si è sparsa, gli avvoltoi sono pronti a planare su di noi per accaparrarsi i pettegolezzi più succulenti.

Vogliono avere i dettagli, pongono domande inopportune, in un paio di casi si sbagliano e ci fanno addirittura le condoglianze. Dicono che se abbiamo bisogno di qualcosa, qualunque cosa, non dobbiamo esitare a chiedere. Li prego gentilmente di lasciarci in pace. Ci rifaremo vivi noi, nel caso. Grazie, arrivederci e addio.

Olivia inarca le sopracciglia quando sente le mie risposte laconiche, secondo lei sono ancora troppo diplomatico: “Dovresti mandarli affanculo e basta”. Poi prende il telefono di casa e lo stacca dalla corrente, interrompendo quello stillicidio.

“Tanto quelli dell’ospedale ci chiamano sul cellulare.”

La mia Olli. Non ha proprio rispetto per nessuno.

La guardo mentre si rannicchia sul divano, febbricitante. Non si lamenta, ma so che sta male. Le ho misurato la temperatura stanotte, di soppiatto, avevo paura mi sgusciasse via anche lei. 38.5. Non sembrava avesse difficoltà a respirare, ma non si sa mai. Così sono rimasto accanto a lei, in attesa che la situazione precipitasse. Per fortuna non è successo niente.

In ogni senso possibile.

La obbligo a seguire le videolezioni, non sopporto sprechi il suo tempo così, a scrollare i social nel tentativo di sentirsi parte di qualcosa, una rete di salvataggio che non esiste.

Vorrebbe aggrapparsi a me, ma non glielo permetto. Non ancora.

Le metto il portatile sulla pancia e le porgo le cuffie, consulto il suo diario di scuola: oggi matematica e fisica, domani ripasso di letteratura inglese. Faccio finta di non vedere la marea di cuoricini che ha disegnato intorno a una T. Lei si stiracchia, mi sorride appena. “Non si è mai visto che uno malato debba andare a scuola”, dice. Ha ragione, ma è un modo come un altro per tenerla occupata, per evitare che rimugini troppo e che faccia gesti inconsulti, di cui poi ci pentiremmo entrambi.

Io, invece, proprio non riesco a studiare.

Sono una matricola di Lettere e Filosofia, i libri dovrebbero essere il mio pane quotidiano. E invece niente. Ci provo, davvero: mi connetto alle conferenze in diretta, prendo appunti, scarico le dispense.

Ma il mio pensiero torna lì, all’ospedale. I miei genitori addormentati, inconsapevoli, mentre un tubo gonfia loro i polmoni. Vedo i loro petti sussultare, su e giù, su e giù e ancora, ancora, ancora.

Un loop ininterrotto, in cui io e Olivia riponiamo ogni fiducia possibile.

L’infermiera dell’ospedale, la voce attutita dalla mascherina che le incide la pelle, ci ha informato che sono stabili. Il che, a quanto pare, è un buon segno.

Assurdo come, nelle circostanze di emergenza, ci accontentiamo delle briciole per campare, illudendoci siano soffici fette di torta. Tutta colpa della speranza, che si incaglia tra le costole e resta lì, impedendoci di soccombere.

È l’istinto di sopravvivenza a far sì che ci addormentiamo vicini, spalla contro spalla, i respiri caldi che si mischiano, alla faccia del metro di distanza. È ormai impossibile sfuggire al virus, è ovunque, ha impregnato tutto con il suo fiato di morte. Non abbiamo scampo, quindi tanto vale restare insieme in trincea, in attesa del colpo di mortaio che ci farà scoppiare le orecchie, la testa.

Anche il cuore, ma quello è già in subbuglio da tempo.


Quarto giorno

Oggi mi sono reso conto che non abbiamo più niente in dispensa. La frutta è quasi tutta marcia e i moscerini hanno incominciato a prendere possesso della cucina. Non apro mai la finestra e c’è un odore stantio, di sudore e desiderio rappreso.

Nel frigo c’è poca roba, alcuna già scaduta da tempo. Mangiamo quasi niente, perlopiù latte e cereali, qualche volta un pugno di riso, altre volte ci sfondiamo di Nutella, attingendo cucchiaiate intere dal barattolo quasi vuoto.

Olli mi lecca l’angolo della bocca, per rubarmi l’ultima goccia di latte. È come in quel racconto popolare: il neonato muore d’inedia, perché una serpe si infila nella sua bocca e ne succhia via il latte appena poppato.

L’allontano con un gesto secco, le dedico uno sguardo cattivo, iniettato di sangue. No.

Lei scrolla le spalle, incurante. Non le faccio paura. Sa che, se ci si mette, è lei il vero pericolo tra di noi. Meglio non provocarla.

Sono giorni senza regole, ciondoliamo sul limitare dell’abisso.

Facciamo la spesa online. Olli è metodica, sceglie i prodotti con attenzione, compara le offerte. Fosse stato per me avrei cliccato a caso, come faccio al supermercato di solito. Butto tutto alla rinfusa nel carrello, nella speranza di non dimenticarmi l’essenziale.

Il cibo mi è sempre sembrato un piacere superfluo, sopravvalutato. Lo baratterei volentieri con il sondino nasogastrico dei miei genitori.

Dio, prendi me al posto loro, imploro.

Ma nessuno mi risponde.

La febbre di Olivia fa i capricci, ormai non gliela faccio misurare neanche più.

Vorrebbe partecipare ai flashmob, appendere la bandiera italiana, fare casino con il resto del mondo. Sentirsi viva, insomma. Olli è quel genere di persona che, per risplendere, ha bisogno di essere tra la gente, stella intorno alla quale tutti girano, quasi fossero satelliti.

Io di sicuro sono il pianeta più vicino, mi basterebbe allungare un braccio per essere ridotto in cenere. Non faccio niente per indietreggiare, mi godo l’abbronzatura nella speranza non si trasformi in ustione di terzo grado.

Ha l’impressione di essere tumulata in casa e certo non le si può dare torto. Ma il rumore fine a se stesso non mi piace, mi mette a disagio. Sono uno che predilige la compagnia di pochi intimi. Olli invece è un animale da festa, conosce tutti a scuola, sta sempre lì a messaggiare con qualcuno. Se tra loro ci sia qualche ragazzo non lo so, preferisco non approfondire.

So che passa molto tempo in videochiamata con le sue amiche, quello sì. È fortunata ad avere persone come loro al fianco, a volte le sento chiedere dove sia Tomas, quel figo di tuo fratello.

Vorrei provare anche io quel genere di spensieratezza, ma ho quattro amici in croce e nessuno di loro si permetterebbe di parlare di quella stragnocca di mia sorella.

Olivia è intoccabile, lo sanno tutti.

Intoccabile, appunto. In-toc-ca-bi-le. Non è difficile. E allora perché devo ripetermelo ogni minuto?

Alla fine l’accontento: “Facciamo ‘sto flash mob, basta che la pianti di rompere!”.

Prepariamo uno striscione colorato, impiastricciandoci con tempere risalenti alle scuole elementari. Abbiamo dipinto un arcobaleno che sorride, una roba oscena che ci fa ridere come pazzi. Per un istante soltanto, ci dimentichiamo della pozza nera in cui siamo precipitati e da cui stiamo cercando di riemergere. È rigenerante, ma dura troppo poco.

I balconi dei palazzi circostanti sono gremiti. I bambini sventolano disegni più belli dei nostri, una coppia inizia a suonare la chitarra, una donna anziana canta con voce rotta una nenia che conosce solo lei. Una signora agita le braccia al vento, improvvisando qualche passo di zumba. Qualcuno si tampona gli occhi, discreto, e rientra. Altri fanno lezione di yoga, piedi nudi e leggins sformati, salutano un sole che non c’è.

È una piéce teatrale fuori sincrono, una celebrazione pagana per scongiurare la peste.

Osservo in silenzio Olivia, che si è truccata per l’occasione. I capelli sono legati in una coda di cavallo, che ondeggia sul suo collo sottile. Canta a squarciagola, gli incisivi sbavati di rossetto.

Si volta verso di me, mi sorride, mi incita a unirmi a questo coro senza senso. Scuoto la testa, preferisco continuarla a guardare. È un momento di sollievo, posso raggranellare i pensieri.

Qui, sotto agli occhi del mondo intero, Olivia non può stanarmi.

Il terrazzo è una zona franca, il cielo la dogana verso la realtà.

Dieci minuti, un quarto d’ora di entusiasmo indotto e poi ognuno ritorna al proprio isolamento, abbassa le tapparelle e si prepara ad affrontare una sera di nulla.

In lontananza, le ambulanze sfrecciano, a sirene spiegate, tra le strade di una città che sta implodendo su se stessa.

Che fine hai fatto, Torino?


Sesto giorno

Olivia, stamattina, ha sparpagliato foto in giro per casa. Ora mamma e papà ci occhieggiano da varie angolazioni, numi tutelari di un equilibrio famigliare ormai disfatto.

Sono giovani, felici. Non sanno ancora che, di lì a qualche anno, saranno sdraiati su un letto, in attesa di capire se vivere o morire.

Mi fa male incontrare i loro sguardi di carta.

Anche noi ci siamo, impressi per sempre da una macchina fotografica usa e getta, una di quelle da quattro soldi, con la striscia gialla e rossa sulla scocca.

La mia preferita è quella che ci ritrae al Valentino in un pomeriggio che promette tempesta. Tra le fronde di un albero lì vicino, si scorge il muso di uno scoiattolo, che sembra quasi osservare la scena, incuriosito.

Siamo circondati da un tappeto di margherite e denti di leone, abbiamo gli occhi socchiusi per il riverbero, i volti sono arrossati. Le mie mani di bambino sono nelle sue.

Se chiudo gli occhi posso entrare nella fotografia, osservare da dentro il ricordo.

Mi vedo strappare un filo d’erba dal prato, farne un anello, legarglielo intorno all’anulare sporco di terriccio, annunciare in tono solenne:

“Quando sarò grande, io ti sposerò Olivia.”

“Anche io ti sposerò, Tomas!”

La promessa viene sugellata da un bacio leggero sulla guancia.

All’epoca, siamo solo due bambini di undici e sette anni. Non sappiamo ancora che un fratello e una sorella non si possono sposare, per alcun motivo. Non ne sappiamo niente e stiamo bene così.

Il mondo non ha ancora cominciato a crollarci intorno, sommergendoci sotto le sue macerie.

Olivia si avvicina, mi toglie la foto di mano, sorride. “Ti ricordi?” chiede, nostalgica.

E come potrei dimenticare, Olli, il giorno in cui ci siamo scoperti.

“Aspetta”, mi dice “Resta qui”. Dove vuoi che vada.

Scompare in camera sua, la sento trafficare negli armadi, spostare i cassetti, imprecare quando una risma di carta le atterra sul piede.

Quando ritorna ha in mano un quaderno, uno di quei diari segreti con tanto di lucchetto che andavano di moda alle elementari. La chiave non c’è più, mi spiega.

Le prendo una forcina dai capelli, m’improvviso scassinatore. Funziona. La serratura si apre di scatto, pronta a svelare chissà quali segreti.

Ce n’è solo uno, attaccato con lo scotch.

È uno stelo d’erba, rattrappito dal tempo. La colla gli impedisce di disintegrarsi, anche se è sul punto di farlo.

Che cosa stai cercando di dimostrare, Olli? Forse che esistiamo ancora, tra le pagine ingiallite di un vecchio taccuino? Non ti sembra accanimento terapeutico?

Lei risponde con un bacio sulla guancia, soave, per nulla innocente.

Riesce sempre a fregarmi, a distruggere ogni certezza.

Olli, ti amo dal primo istante in cui ho posato lo sguardo su di te. Ed eri piccola, indifesa, un fagotto che mi hanno appoggiato sulle ginocchia tremanti. Mi hanno detto che era mio compito proteggerti dal male ed è quello che sto tentando di fare qui, ora, da sempre. Non impedirlo e tutto andrà bene.


Settimo giorno

Il suono di una notifica Whatsapp. Il mio cellulare si illumina, svelando la destinataria.

Alma. Alma è una mia nuova compagna di università, qualche volta ci siamo incrociati in biblioteca e ci siamo seduti vicini per ripetere insieme i passaggi più ostici. Non abbiamo molta confidenza, perlopiù parliamo di libri o professori davanti alla macchinetta del caffè. Lei lo prende senza zucchero, amarissimo. L’ho notato perché Olivia, invece, mette almeno tre zollette nella sua tazza. Ha bisogno di energie, dice. Le sue amiche la odiano perché ha un metabolismo veloce, nervoso, che le fa bruciare tutto quello che ingurgita.

Alma invece è un tipo più mediterraneo, tette e culo al punto giusto. Ha i capelli corti, ricci, le donano molto. Non tutte si possono permettere un taglio del genere. Sprigiona sempre un profumo di vaniglia e borotalco, è quasi stucchevole.

Non so neanche io perché le stia paragonando.

È una maledizione, ogni mio pensiero riconduce a lei, sempre a lei, solo a lei.

È un disco rotto, che ripete la medesima melodia. Avrei bisogno che qualcuno sollevasse la puntina del grammofono, salvando le mie orecchie da un suono che si fa, via via, sempre più distorto.

Penso a tutte queste cose leggendo il messaggio di Alma. È carino, non troppo lungo, per niente banale. Non ci sono emoticon che mandano baci o cuori multicolore. Niente di niente. Riporta le parole alla nuda essenza, ne limita il superfluo, il contorno. Va al cuore della questione: “Quando tutto questo sarà finito… ti andrebbe di uscire con me?”.

Sto ponderando che cosa rispondere (Sì, No, Forse?), quando Olivia intercetta il messaggio. Mi ruba il cellulare dalle mani con fare scherzoso (“Ti ha scritto la fidanzatina?”), legge, impallidisce, cerca di ricomporsi.

La prego di ridarmelo, ma è sorda ai miei richiami.

Posso vedere gli ingranaggi del suo cervello mentre lavorano freneticamente, alla ricerca della vendetta perfetta. A quanto pare, io non ho diritto di avere una vita che prescinda da queste stanze. È come se avessi il guinzaglio a strozzo: appena provo ad allontanarmi dalla sua presa, lei mi soffoca per riportarmi all’ordine. Se non può avermi lei, allora non mi avrà nessuno. Men che meno questa troietta (così la definisce) di Alma. Mi scaglia il cellulare addosso, con ferocia. Non l’ho mai vista così fuori di sé.

Incomincia a picchiarmi, a strepitare, mentre io cerco di difendermi con le mani.

È sempre stata più forte di me, è un dato di fatto. So di essere un debole, un vile.

Cerco di farla ragionare, ma lei strepita, è un urlo da banshee, sembra che qualcuno la stia scorticando a mani nude. In realtà sono io a sanguinare, mi graffia come una gatta inselvatichita, le unghie smaltate di rosso mi lasciano striature sulle mani, il collo, il viso, la schiena.

Olivia è sempre stata così teatrale, impulsiva all’inverosimile. Gelosa. Uno psicologo direbbe che ha un’influenza tossica su di me e io non potrei essere più d’accordo. Anche perché sarebbe negare l’evidenza, no?

Alla fine riesco a calmarla, la metto all’angolo, le tengo fermi i polsi. Cerca di colpirmi con un calcio, ma le arpiono le gambe con le mie. È in trappola. Si lascia cadere stancamente sul pavimento, si tiene la testa tra le mani, scoppia a piangere senza emettere un solo rumore.

Mi fa pena vederla così, indifesa. Mi accuccio per terra e l’accolgo tra le mie braccia. Lei si rannicchia, appoggia la testa sulle mie ginocchia, mi fissa.
Ha gli occhi gonfi e rossi. È magnifica. La mia Olli.

“Non lasciarmi mai, ti prego. Non lasciarmi, non lasciarmi, non lasciarmi…”

La rassicuro, le bacio la fronte: io e lei non ci lasceremo mai, costi quel che costi.

Saremo insieme contro il mondo intero, se necessario.

Non mi sembra il momento di dirle che stamattina ho ricevuto la conferma della borsa di studio: tra un anno mi trasferirò a Londra, hanno accettato la mia richiesta di Erasmus.

Me ne vado Olivia. Per la precisione scappo da te, dalla tua presenza tanto necessaria quanto estenuante, da questa situazione che non è vita, è solo tormento perenne.

Lascio che appoggi le labbra sulle mie, solo un istante. Voglio rassicurarla, contenere il delirio, assecondarne le paure.

Le illusioni non hanno mai ucciso nessuno, vero? Vero?


Nono giorno

Di Alma non se ne parla mai più.

Visualizzo il messaggio, lo cancello e blocco il suo numero. Fine della storia.

Olivia si è ringalluzzita, non c’è più traccia della scenata isterica di ieri. Ora è allegra, mette la musica a tutto volume e mi invita a ballare. Il salotto è inondato di luce e polvere, sul parquet si scorgono le impronte delle piante dei nostri piedi, le scarpe le abbiamo dimenticate sul pianerottolo, non servono più a nulla.

Ci siamo solo noi, su questa pista da ballo improvvisata. Ho arrotolato i tappeti in un angolo, perché so che mamma vorrebbe così. Cerco di non pensare a tutto ciò che la farebbe fremere, se soltanto potesse vedere (la pattumiera strabordante, i gerani avvizziti, i letti disfatti che proliferano di chissà quali microbi).

Ci siamo ripromessi che, quando ritorneranno a casa dall’ospedale, troveranno una casa perfettamente in ordine, con tanto di fiori freschi al centro del tavolo da pranzo.

Ora, però, non ci controlla ancora nessuno. Oggi, strappiamo uno scampolo di eternità a questo tempo sospeso, in cui confini tra realtà e allucinazione, tra giusto e sbagliato si fanno sempre più labili e confusi. Il soffitto implode sopra le nostre teste, mentre noi cresciamo, schizziamo fuori a una velocità supersonica dal nostro bozzolo, non più bachi, non ancora farfalle.

Olivia ha scelto una playlist a caso su Spotify, un mix di musica dance anni ’80 (“Words don’t come easy to me / How can I find a way to make you see I love you…”) e grandi classici della musica italiana. Ci scateniamo, saltiamo, ridiamo come pazzi, improvvisiamo assoli di chitarra e cori da stadio. Per qualche istante lasciamo la morte ad attendere fuori dalla porta.

Me la immagino in piedi sopra lo zerbino, l’occhio spiaccicato contro lo spioncino, mentre cerca di carpire il nostro segreto di eternità.

E poi Olivia mi fa uno sgambetto. Me lo sarei dovuto aspettare. Smette di ballare. Ha le guance in fiamme, i capelli scompigliati e la bocca socchiusa, mentre cerca la canzone capace di farmi capitolare.

La trova, ovvio. È Olli, mi conosce meglio di chiunque altro, non ha rivali in questo gioco. Trattengo il respiro, perché prima ancora di ascoltarla, so già quale canzone ha scelto.

L’unica possibile per noi, per questo momento. Sembrerà banale, forse lo è, ma credo che l’autore avesse in mente un amore come il nostro, quando ha buttato giù questo capolavoro di canzone. Sì, lo so. Ho detto amore, brava Olli. Mi hai fregato.

Quando sei qui con me
Questa stanza non ha più pareti
Ma alberi
Alberi infiniti

Mi sferra un cazzotto all’altezza dello stomaco, quasi mi piego in due dal dolore. Perché so che quella canzone parla di noi. E so che sta per succedere l’irreparabile, l’indicibile, anche se l’atmosfera è dolce, poetica, quasi onirica. Non ci azzecca niente con un crimine.

Vedo Olivia avvicinarsi, sorride leggermente, non c’è traccia di malizia sul suo volto.

Solo necessità. Caliamo le maschere, game over. Ha vinto lei. Non ho la forza di combattere contro qualcosa che mi fa stare così bene. Le prendo la mano, la stringo a me.

Quando sei qui vicino a me
Questo soffitto viola
No, non esiste più

La guardo negli occhi e la vedo così inerme, tremante. Tutta per me.
“Ti amo, Olli.”
Lo dico ad alta voce, finalmente.

Io vedo il cielo sopra noi
Che restiamo qui
Abbandonati
Come se non ci fosse più
Niente, più niente al mondo

Lei posa le labbra sulle mie, ma stavolta non la respingo. Non è il nostro primo bacio, ce n’è stato un altro, sei mesi fa. Ma in quel caso Olivia me lo aveva quasi strappato dopo una festa, da ubriaca, il suo alito sapeva di vodka e patatine e a malapena si reggeva sui tacchi alti.

Lo aveva fatto per ripicca, mi aveva visto insieme a una ragazza (Non ne ricordo neanche più il nome. Rebecca? Rachele? Boh…) e aveva voluto marcare il territorio, ribadire che ero suo e basta. L’avevo strattonata, furibondo. Perché non si trovava qualcuno? Perché dovevo essere io il punching ball della sua adolescenza? Le avevo detto che ero stanco del suo comportamento infantile e avevo ribadito che tra noi non ci sarebbe mai stato niente.

Che se ne facesse una ragione.

Sei mesi dopo, la sto baciando con un trasporto di cui non mi ritenevo neanche capace.

Lei risponde febbrile, vorrebbe spogliarmi, spogliarsi subito, risolvere la questione in fretta. La fermo, impongo il ritmo, un’infinità di ore si distende intorno a noi.
Non roviniamo tutto. Abbiamo aspettato così tanto questo momento, che ora quasi tremiamo. “Calma”, le sussurro. Calma.

Olivia mi morde il collo, le labbra, mugola qualcosa di incomprensibile. Ora ho io il controllo della situazione, una volta tanto. Posso decidere se concederle un gesto in più o negarglielo, dipende solo da me, da quanto sono magnanimo.

Ho la sua anima e il suo corpo in pugno, è una sensazione inebriante, quasi dà alla testa. Per anni sono stato alla mercé di questa dittatrice di emozioni e ora voglio prendermi una rivincita, per quanto minima.

Faremo tutto con i miei tempi, a modo mio. Quindi con calma. Una tortura per Olli, che invece pretende tutto e subito.

La Cappella Sistina mica è stata dipinta in cinque minuti. Il corpo di Olli, magro, quasi incavato, è un pezzo di cera tra le mie mani.

Sta a me plasmarlo, renderlo malleabile, trasformarlo in un’opera d’arte degna di questo nome. E lo stesso farà lei con il mio, di corpo, talmente candido da poter scorgere l’intrico di vene sotto la pelle.

Invece non succede un bel niente. La suoneria del mio cellulare mi fa sobbalzare, è una specie di sveglia imposta dalla realtà.
Con orrore mi rendo conto che la ragazza che si stringe a me non è una qualsiasi. È…
… Olli, cazzo. Mia sorella. Ed è sotto al mio corpo, seminuda.

Che cosa sto facendo? No, non è giusto che la responsabilità ricada solo su di me,
quindi: che cosa stiamo facendo?

La spingo via con un gesto febbrile, quasi feroce. Lei si tira su, mi guarda sgomenta, frustrata. Ha lo sguardo confuso di chi si sta ridestando da un sogno e ancora fatica a distinguere ciò che è reale e ciò che invece non è mai esistito.

Io cerco il cellulare ma non lo trovo, il suono mi martella il cervello mentre cerco di soffocare un presentimento nefasto.

Non avrei dovuto toccarla. E ora ne pago le conseguenze, Dio mi ha punito, me lo sento. Quella chiamata prolungata non è la solita comunicazione di cortesia dall’ospedale. È altro, lo so.

Olivia mi osserva, stranamente in silenzio. Devo sembrarle un pazzo, un mostro con gli occhi fuori dalle orbite e la bava alla bocca. È a seno nudo e non fa cenno di coprirsi, la svergognata. Resta lì, a portata di mano, a mia disposizione. Basterebbe allungare un braccio e…

Mi fermo inebetito, quando scorgo che ha in mano il cellulare, chissà dov’è riuscita a scovarlo. Forse lo aveva sotto la schiena o magari si era incagliato tra i cuscini del divano. Le faccio cenno di accettare la chiamata, dai, Olli, forza. Svegliati.

Ma lei non risponde. Anzi, butta giù e e mi guarda con aria di sfida.

Se potessi, la ucciderei.

“Promettimi” dice, alzandosi in piedi e mostrandomi l’iPhone, ora silenzioso. Sulla schermata illuminata c’è una notifica beffarda che dice: Chiamata persa. Ospedale.
Il sole dietro di lei ha iniziato a tramontare, conferendole un’aura statica, da eroina greca o imperatrice orientale.

Il cellulare inizia a suonare nuovamente, è una tortura senza fine.

“Promettimi” ripete, mentre io balzo sopra di lei, cercando di disarmarla, di renderla innocua. Ma Olli mi tiene per le palle, è la cosa che le riesce meglio da sempre.
Cosa vuoi che ti prometta, cosa? Sarei disposto a dire sì a qualsiasi cosa, in questo momento. Voglio sentire con le mie orecchie la condanna a morte, il mio esecutore mi sta aspettando impaziente dall’altra parte.

Lei non demorde, mi tiene lontano con le gambe affusolate, ricoperte da una leggera lanugine bionda, quasi invisibile.

“Promettimi” sputa fuori, infine “che non avrai nessun’altra ragazza al di fuori di me”.

Io scoppio a ridere, ma è un riso amaro, l’allegria è morta e sepolta da tempo. Mi viene da sghignazzarle in faccia perché è una situazione assurda, inconcepibile, la sua è una follia lucida, meticolosa. E mi fa male.

Non può pretendere che io resti al suo fianco per sempre, sono le farneticazioni di una bambina cresciuta troppo in fretta, una che della vita non sa niente di niente.

La odio.

Non avrai altro Dio al di fuori di me. È questo che mi chiede in realtà. Vuole che la mia esistenza si incentri su di lei, sempre e solo intorno alla sua figura emaciata eppure così forte, coraggiosa.

Le dico di sì.

“Te lo prometto. Solo tu e io. Magari troveremo anche un modo per sposarci, chissà”.

Sono parole vuote, ma lei sembra cascarci. O perlomeno si impone di credermi, perché sono ciò di cui ha più bisogno in questo momento, sempre. La sua rovina o la sua salvezza, a seconda dei punti di vista.

Risponde al telefono con una lentezza esasperante.

“Pronto?” pigola, coprendosi inconsciamente il petto, all’altezza del cuore. Annuisce piano, sussurra “Sì, va bene, certo, capisco…”. Mi si mozza il fiato, cerco di decifrarle l’espressione ma è una maschera senza occhi né bocca. Mi dà le spalle, la stronza.

Neppure trenta secondi dopo ha messo giù.

“Chi è morto?” chiedo. È l’unica domanda possibile, dopo l’errore madornale che abbiamo fatto oggi ci devono essere delle conseguenze, per forza di cose. Siamo responsabili della fine di tutto.

Ma quando si volta, Olivia sorride, le lacrime impigliate tra le ciglia. A quanto pare, non si è concluso un bel niente perché la mamma si è appena risvegliata.

Sono incredulo. Io e Olivia ci abbracciamo, i suoi seni sfregano contro il mio petto, ne siamo entrambi dolorosamente consapevoli.

Siamo stati graziati a un passo dell’irreparabile. Sarebbe accaduto lo stesso, se avessimo consumato questo amore gracile e malsano? Non credo proprio.
Questo è stato un avvertimento: fate i bravi e nessuno si farà male.

Provo a farla ragionare, ma lei scrolla le spalle, si alza sulla punta dei piedi e mi bacia la fronte.

“Eh no, mio caro. Niente scuse, hai promesso.”

Ho promesso.


Decimo giorno

Ho la febbre alta, altissima. Ho sfiorato i quaranta, stanotte.

Olivia non si è ancora accorta di nulla, dorme placida accanto a me, i capelli umidi distesi sul cuscino le incorniciano il viso. Ho provato a chiamarla, ma le parole proprio non mi escono dalla gola, intrappolate tra il diaframma e le corde vocali.

Avrei bisogno di una Tachipirina o di una pastiglia qualsiasi, ma non ho niente sul comodino e alzarsi in piedi mi sembra inconcepibile.

Resto così, sotto le coperte, avvolto manco fossi dentro a un sudario. Immobile, mentre la stanza gira intorno a me, come una giostra impazzita.

Fermate il mondo, voglio scendere! Ma è un urlo che riecheggia tra le mie costole, non c’è via d’uscita. Sono salito su una montagna russa priva di conducente. O forse il giostraio sono io e devo ancora imparare come si fa a gestire il meccanismo.

Il freno a mano non funziona, vengo catapultato in un caleidoscopio di ricordi mischiati a sogni con una spolverata di desideri. Mi lascio andare al flusso di queste immagini sconclusionate, sono in loro balìa.

Per prima cosa appaiono i girasoli, uno sterminato campo di girasoli. In lontananza una casa coloniale bianca, da cui provengono le voci rassicuranti dei nonni, che chiamano i nostri nomi. Olivia è lì con me, è una bambina con i capelli corti e il sorriso sdentato. Io sono più grandicello, faccio finta di non sentire il richiamo.

Il movimento delle corolle gialle verso il sole di mezzogiorno mi lascia senza fiato: non riesco a capacitarmi, come fanno dei semplici fiori a sapere cosa fare, dove rivolgere i petali imbevuti di rugiada? Certo, il nonno – un omaccione dai modi gentili – mi aveva spiegato che l’eliotropo (imparare quella parola così difficile mi aveva inorgoglito molto) era una pianta erbacea e che i raggi le permettevano di non rinsecchirsi.

Chiedo a mia sorella un parere, ma lei è già lontana, corre spensierata verso casa, le braccia aperte e il volto controvento.

Olli è sempre stata così: concreta, razionale, incapace di cogliere la poesia e il mistero che pervadono il mondo.

E ora eccoci lì, sotto al portico, con la bocca impiastricciata di sugo verde alle erbette, una specialità della nonna. Olli tira su con il naso, ha appena finito di piangere perché ha scoperto che domani dovremo ritornare a casa. È tempo di fare i bagagli e di inspirare per l’ultima volta quel miscuglio odoroso di rosmarino, salvia e sapone di marsiglia che pervade la casa dei nonni. Settembre, esattamente come ogni anno, è riuscito a coglierci di sorpresa con il suo arrivo: ha quel modo di giocare a rimpiattino con noi e riesce sempre a nascondersi dietro gli ultimi sprazzi di calore estivo, per poi fare capolino all’improvviso.

Adesso siamo più grandicelli.

Sono seduto per terra a gambe incrociate, nella cosiddetta biblioteca di casa. In realtà si tratta di una rientranza del muro, in cui sono stati infilati una sedia a dondolo e qualche scaffale di legno grezzo. Lì sono stipati alla rinfusa vecchi giornali e riviste polverose, un tempo appartenuti alla mamma. Ormai li conosco a memoria, eppure non passa giorno senza che ne sfogli uno, soffermandomi sui fumetti e le illustrazioni. Cerco di scorgere il suo riflesso di bambina intrappolato tra quelle pagine, non trovandolo mai. Comunque, non mi arrendo.

Il mio volto diventa il palcoscenico su cui mettere in scena gli eventi che si dipanano sotto i miei occhi: l’inarcare di un sopracciglio, un sospiro, uno sbuffo impaziente, il tremore del labbro inferiore o un sorriso suggerivano l’andamento della storia. Ormai completamente dimentico di me stesso, lascio che la trama mi avviluppi, coccolato dalla voce dei personaggi amati e minacciato da mostri invincibili.

Mia madre (non la mia mat, intendiamoci) mi ha insegnato che non esiste incanto più potente di un bel libro e di una storia che ti mozza il fiato. È stata lei a trasmettermi l’amore viscerale per le parole, per la scrittura, che è un tentativo estremo di riordinare la verità di ciascuno di noi.

Olivia si avvicina, sbircia il libro che tengo gelosamente tra le mani, infastidita. Proprio non coglie la meraviglia di buttarsi a capofitto in una realtà inesistente eppure così vera, reale, tangibile. Lei ha bisogno di muoversi, di saltare, di correre. Le è inconcepibile vedermi lì, seduto con il volume in grembo, per ore.

“Che senso ha leggere?” Chiede, accovacciandosi dietro di me. Posso sentire il suo fiato caldo sul collo. Io neanche le rispondo, assorto come sono dalla storia.

Allora lei me lo sfila da sotto il naso, cerca di reclamare la mia attenzione. E per quanto mi faccia irritare, so che ha ragione. Non posso restare attaccato alle parole, dimenticandomi di esistere. Abbandonarle è frustrante, crudele. Ma inevitabile.

Per certi versi, Olli mi ha salvato da me stesso. Continua a farlo tuttora.

Siamo tornati bambini. Stavolta pedaliamo tra le strade di campagna.

Il cielo, un’immensa macchia d’inchiostro sopra le nostre teste.

Sfrecciamo liberi, sfidandoci in gare senza senso, ci lasciamo scivolare sull’erba intrisa di acqua e fango.

Un tuono ci fa sobbalzare, la pioggia schizza sui nostri volti accaldati.

Abbandoniamo le biciclette sotto a un albero dalle foglie impazzite. I sandali affondano nel terreno limaccioso, il fango ci sporca le gambe, l’acqua ci acceca. Non so dove stiamo andando, mi basta la mano di Olivia nella mia per sentirmi al sicuro. Intorno a noi, un marasma di erba, lampi e cielo.

Il mondo si sta capovolgendo, ma noi non diamo segno di essercene accorti.

E poi arriva l’incubo. E vorrei svegliarmi, cerco di farlo con tutte le mie forze. La mia anima strepita, ma il corpo dorme un sonno profondo. Sono paralizzato, febbricitante, costretto a prendere parte all’orrore.

“È ora.” Lo dice così, con un’urgenza lacerante che io ingenuamente scambio per indifferenza. Sto per entrare in lei, dentro di lei, eppure Olli non lascia trasparire alcuna emozione, il suo volto è una maschera di pietra.

Siamo a un passo dal compiere un abominio, contrario alla logica, all’etica, al buon senso… alla legge, persino. Ci sfioriamo e rabbrividiamo, illudendoci sia solo colpa della finestra socchiusa. Non abbiamo neppure disfatto il letto, non so perché: forse coprirsi con le lenzuola rappresenterebbe un tentativo di fuga, un ripensamento, un modo per nascondere la testa sotto la sabbia, per ridimensionare il nostro gesto.

La resa dei conti è arrivata, alla fine.

Finalmente?

“È ora.”

Lo ha ripetuto, questa volta un leggerissimo tremore a distorcerle la voce. Non possiamo fermarci, non ora, non più. Il tempo è arrivato, come una condanna a morte, ormai impossibile da rimandare. Nessuno ha chiamato per sospendere la sentenza, i nostri cellulari restano muti stavolta.

Le nostre coscienze fluttuano sopra di noi, ci guardano distanti e imperturbabili. Siamo pura spinta animale, sudore, ormoni, dita inesperte che si fanno largo a tentoni. Non che non ci fossimo già esplorati abbastanza, noi due, anzi: ma erano sempre stati toccamenti fugaci, sfregamenti che non sapevamo bene come gestire.

“È ora.” Ho dichiarato, come un guerriero in procinto di scendere su un campo di battaglia decisivo, dove il confine tra vita e morte si impasta con il fango della trincea.

Non dura un granché. Quasi subito mi accascio sul suo seno, distrutto. In quell’istante, ho ripreso possesso del mio corpo, sono tornato in me. Il sangue le cola tra le cosce, la mia pancia è imbrattata di rosso.

Abbiamo fatto l’amore e siamo sopravvissuti.

Da fuori, niente sembra essere cambiato: tutto era identico a come lo avevamo lasciato.

Ma dentro, ecco, lì si cela il vero caos.

“Ti sei pentito?” Mi chiede Olivia, rannicchiata sotto le coperte.
Evito di incrociare il suo suo sguardo mentre mi infilo i jeans e tiro su la zip.
No, non mi sono pentito.

Mi risveglio urlando. Ho ritrovato la voce. Olivia si risveglia di soprassalto, confusa.
Accende la luce, mi guarda stralunata.

Sto delirando. Sono fuori di me, che cosa ho fatto?

Piango mentre lei si alza, mi prova la febbre e mi stende una pezza bagnata sulla fronte.

“Sei bollente” dice. Mi ribello, non voglio che mi tocchi, mi fa male tutto, sono un cumulo di ossa e cuore rotti.

Lei si impunta, mi spinge a forza una pastiglia in gola, mi accarezza il volto.

Mi sussurra che andrà tutto bene. Non è successo niente, mi dice. Niente di niente. Non abbiamo fatto niente di male.

“Non abbiamo scopato?” chiedo, odiandomi subito dopo per la scelta infelice di parole.

Lei incassa, smette di toccarmi.

“No, Tomas. Non è successo niente, ti ho detto.”

I pensieri si fanno indistinguibili, quasi non la riconosco più.

“Chi sei?” Le chiedo.

“Non sono nessuno. Ora dormi, Tomas. Dormi.”

Lascio che questa voce così amata, eppure così sconosciuta, mi conduca in una dimensione senza sogni.
Ho bisogno di ritornare in me, di riposare.
Durante questo viaggio, Olivia continua a tenermi per mano.


Undicesimo giorno

Olivia mi fa trangugiare un intruglio di vitamine dal sapore nauseante, poi mi rimbocca le coperte e si mette al telefono. La febbre non accenna a scendere, alterno rari momenti di lucidità a lunghi periodi di nulla cosmico.

Non sono mai stato tanto male in vita mia, ma non è la salute a preoccuparmi. Vorrei guarire solo per alleviare l’angoscia di Olli, che si sta consumando nell’attesa che io mi risvegli del tutto, che prenda in mano la situazione come ho sempre fatto.

Nel dormiveglia la ascolto litigare con l’Ufficio Igiene, a quanto pare vorrebbe che mi facessero un tampone o che almeno mi venissero a visitare. Continuano a rimandare a domani, vedremo domani come starà, signorina. Ci sono casi più gravi al momento, lui è giovane, se la caverà. Lei sputa nel ricevitore parole irripetibili, non può aspettare domani.

Domani potrebbe essere tardi.

Le sussurro di calmarsi, non serve a niente agitarsi tanto. La mia voce è talmente flebile che potrebbe essere scambiata per un respiro. Lei mi intima di stare zitto, devo lasciarla pensare. Così mi rintano nel letto, troppo frastornato per litigare.

In questo momento, l’unico modo che ho per vivere sono i sogni. Così ne costruisco su misura, decido gli attori, la location, scrivo mentalmente un canovaccio.

Potrei essere un discreto sceneggiatore, chissà.

Forse questa è un’attività concessa solo ai casi disperati, un contentino per chi non scorgerà l’alba domani o mai più. Un modo per rendere il trapasso più dolce, meno traumatico. Perlomeno, la vita non mi è ancora passata sotto agli occhi.

Considerando l’espressione atterrita con cui mi guarda Olli, potrebbe accadere da un momento all’altro. Ecco perché le chiedo di farmi un favore.

Lei scatta in piedi, non l’ho mai vista così servizievole, soprattutto nei miei confronti.

Sono davvero messo così male? Le chiedo di passarmi il cellulare. Stringe le labbra e socchiude gli occhi come una gatta sospettosa, ma non commenta. Non si mette neppure alle mie spalle a spiare. Si limita a guardarmi mentre cerco faticosamente di sbloccare la schermata (sbaglio un paio di volte il codice, poi me lo ricordo: è il compleanno di Olli.

C’entra sempre lei, in un modo o nell’altro. Si annida nei posti più impensabili, è onnipresente in tutto ciò che faccio, dico, penso. È come una droga (e io devo farmi in continuazione di lei per scongiurare l’astinenza. Rischio l’overdose ogni minuto).

Entro su Whatsapp e ignoro la valanga di notifiche. A quanto pare, ho ricevuto almeno cento messaggi e note vocali, perlopiù da numeri non registrati in rubrica.
Mi si chiudono gli occhi, ho le tempie in fiamme, ma devo resistere.

Olivia abbandona la sua posizione da avvoltoio, mi sfila il cellulare dalle mani. Mi chiede a chi voglio scrivere.

“Alma” le dico. Lei non reagisce, sblocca il contatto.

“Che cosa vuoi dirle?” chiede, con voce asciutta, monocorde.

“Quando tutto questo sarà finito… incontriamoci. Ma non in biblioteca, ti prego!”

Le dita di Olli, scheletriche e disidratate, volano sulla tastiera. In dieci secondi ha composto il messaggio e lo ha inviato.

“C’è altro?” domanda, con lo stesso entusiasmo di una cameriera a fine turno, costretta a servire un gruppo di ritardatari notturni.

“Sì, dille anche…”

Non riesce più a fingere indifferenza.

Mi scaglia il cellulare addosso, strepitandomi contro, dicendomi che sono uno stronzo, un insensibile del cazzo, eccetera eccetera. Ha un dizionario straordinariamente vario in fatto di epiteti.

Non mi importa niente, sono stanco, le sue sfuriate mi hanno intossicato abbastanza.

Voglio pensare a me, una volta tanto. A parlare è anche la malattia, mi fa sentire legittimamente egoista.

Non rispondo agli insulti, mi giro dall’altro lato, mi riaddormento quasi subito.

Sogno la mia libreria preferita, quella di Piazza Carignano. Mi aggiro per gli scaffali, accarezzo con le dita il dorso dei volumi, salgo le scale di legno, che scricchiolano al mio passaggio.

In cima c’è lei, che appoggia il palmo della mia mano sulla mia fronte. La sua pelle, così liscia e fresca, è un toccanasana.

Mi sorride senza parlare.

Io sto per dirle qualcosa, ma lei – semplicemente – si dissolve.

Rimango solo, un po’ disorientato. Non so ancora che quello è stato il suo modo per congedarsi dal suo piccolo Tom.

La febbre, poco dopo, inizia a scendere vertiginosamente, fino a scomparire del tutto.

Eccomi Olivia. Sono ritornato.

Non sono mai andato via.


Dodicesimo giorno

La mamma non c’è più.

È un dolore lancinante, inconcepibile. Avevano detto che sarebbe guarita. L’avevano stubata, no? L’incubo si era lenito, almeno per qualche istante.

A quanto pare, non era nostra madre la persona che stava guarendo.

“Un errore imperdonabile, dovuto all’omonimia” così lo hanno definito dall’ospedale.

“Ci dispiace molto”.

Sono stato io a raccogliere quelle condoglianze inutili, mentre la rabbia mi infiammava il respiro e mi faceva prudere le mani.

Nel tentativo di rendere meno truce quel bollettino di morte, il medico si è mostrato cautamente ottimista nei confronti di papà. Lui potrebbe farcela, invece. A giorni dovrebbe essere stubato.

Beffardo, gli chiedo sardonicamente se stiano parlando del paziente giusto. Non vogliamo altre illusioni a buon mercato, avete fatto abbastanza.

Cerco, con la cattiveria, di annullare il senso di oppressione al collo, è un cappio invisibile che da un momento all’altro potrebbe spezzarmi la vita.

Vorrei che lo facesse. La nostra famiglia è finita, distrutta, fatta a brandelli. E sono io il responsabile. Non avrei mai dovuto permettere a Olivia di toccarmi, di svelare l’indicibile.

Sono furioso con me stesso, con un destino avverso che mi costringe a ripartire da capo per la seconda volta.

Ho perso due mamme. Sono io il problema? Forse sono un ricettacolo di sfighe, di cose andate storte, di opportunità che si sgretolano come castelli di sabbia in una giornata di vento.

Uno come me, non è degno di essere amato.

Distruggo tutto quello che mi circonda.

Ascolto Olivia mentre canticchia sotto la doccia. Non sa ancora nulla e non voglio essere io, l’uccello del malaugurio.

L’acqua le scroscia addosso, alla fine non ci sarà più traccia di me sulla sua pelle.

Può essere considerato una specie di battesimo? Olli può ricominciare da zero e con lei papà.

Io sono la scheggia impazzita, un pezzo del puzzle che non coincide. Sono superfluo, fuori luogo qui dentro. La presenza della mamma, che mi aveva scelto e portato via quel giorno di tanti anni fa, in qualche modo legittimava il mio nuovo cognome, i privilegi e l’amore che mi era stato riversato addosso. Ora che lei se n’è andata, torno a essere un estraneo, un ospite poco gradito.

Sono Giuda Iscariota, un traditore che merita di morire.

Apro la portafinestra, vado a piedi nudi sul terrazzo. Mi guardo intorno: è l’alba, Torino è ancora profondamente addormentata. Il mio sguardo si posa sul cartellone che abbiamo dipinto io e Olli, quando ancora aveva senso sperare.

I colori dell’arcobaleno si sono stinti, il disegno è una macchia senza senso, privo del sorriso che avevamo tracciato. Un piccione calpesta lo striscione, lo macchia di guano e poi vola via, verso lidi migliori.

Fa freddo, stamattina. Il Po è una ferita che divide la città.

Appoggio le mani sulla balaustra imperlata di rugiada e smog. Controllo che sotto di me non ci sia nessuno, non voglio causare altre morti, altro dolore.
Mi mordo la lingua per non scoppiare a piangere. Mi sarei dovuto stordire con dell’alcol, prima. Avrebbe reso le cose più semplici, ora non starei soffocando un singhiozzo d’orrore. Deve essere l’istinto di sopravvivenza.

Quando eravamo piccoli, io e Olli ci issavamo in piedi sul letto e cercavamo di buttarci a peso morto sul materasso. L’obiettivo era non usare le mani per attutire la caduta. Non so che cosa volessimo dimostrare con quella sfida, ma ricordo distintamente le parole di nostro padre, che ci guarda sorridendo e ci dice che non possiamo fare altrimenti, non possiamo mica combattere l’istinto di sopravvivenza, che è innato in ciascuno di noi.

“Potreste sempre legarvi le mani dietro la schiena con uno spago!”

Il suo consiglio ci era parso geniale, ma la mamma aveva interrotto quelle che aveva definito “farneticazioni senza senso”.

Chissà che cosa mi direbbe, se mi scorgesse qui, a un passo dalla fine di tutto.

Codardo, mi dico. Codardo.

Olivia mi afferra un istante prima che io raggranelli il coraggio necessario per procedere.

“Che cosa stai facendo, eh?” È un ruggito da leonessa, quello di Olli, sferza l’aria, mi trapassa i polmoni con la precisione di un proiettile.

Mi spinge dentro a calci nel sedere, letteralmente. Io mi accascio sul pavimento, non ho più la forza di respirare. Eppure sono sollevato, ed è paradossale, considerato che fino a quattro secondi fa stavo ponderando il mio suicidio. Schiantarmi al suolo sembrava la scelta migliore ma ora, mentre Olli mi sbraita contro, mi sento sollevato.

Mi rialzo, la prendo tra le braccia, la stringo.

Lei posa le labbra sulle mie, stavolta non la respingo. Non ha più senso. Tanto l’irreparabile è già accaduto, quindi perché privarsi ancora dell’amore che, è evidente, ci lega da sempre e per sempre?

La mamma se n’è andata, papà è ancora nel limbo, chissà quando e se lo rivedremo.

Siamo orfani. Ma siamo vivi.

E abbiamo bisogno l’uno dell’altra per respirare.

E così accade. Ed è come prendere fiato dopo un lungo, atroce periodo di apnea. Le nostre labbra si cercano affamate, cercando di recuperare il tempo perduto. Ci baciamo e, in quello scontro di denti e scambio di saliva, esorcizziamo il lutto, il passato, ciò che è stato e quello che non sarà mai più.

In questo abbraccio che profuma di nuove prospettive, desideri realizzati e terrore di amare, ci rendiamo conto che è stato tutto inutile.

Perché anche le cose di cui sarebbe meglio non parlare mai, alla fine in qualche modo devono essere affrontate, sviscerate.

Ci sono amori che sono destinati a esistere, è il nostro caso.

Lo sappiamo entrambi.

Lo abbiamo sempre saputo.


Quindicesimo giorno

Oggi è l’ultimo giorno di quarantena.

Domani andrò a prendere papà in ospedale, ci hanno appena chiamato. È fuori pericolo. Non credo torneremo presto alla normalità. È ancora tutto confuso, sembra passata una vita ma – in fin dei conti – sono stati solo quindici giorni.

La mamma è un pensiero fisso, costante, un tarlo che mi rode da dentro. A volte vorrei urlare, quando il dolore si fa insopportabile.

Allora Olli si accuccia vicino a me, piangiamo insieme in silenzio.

Mano nella mano.

Non gliela lascerò più, mai più.

Autore

Elena Vanin

Elena Vanin (1993) è sceneggiatrice e junior editor. Attualmente collabora con la Scuola Holden in veste di docente. Vive a Torino.

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