“Sul Confine”. Un racconto di Silvia Cinelli

Tempo di lettura: circa 18 minuti

Capitolo 1

Quel pomeriggio, durante una videochiamata con il suo migliore amico, Andrea ebbe la sensazione che gli argomenti cominciassero a scarseggiare. Era la prima volta che succedeva: all’inizio era la stessa quarantena ad animare le loro conversazioni, un po’ come si parla di cibo mentre si è a tavola, ma ormai anche quel filone si era esaurito, come tutti gli altri. Dopo aver chiuso il portatile, si gettò supino sul letto e lasciò vagare lo sguardo nella stanza finché non cadde su una versione tascabile de Il giovane Holden, posata sul comodino. Era stato suo padre a lasciarla lì, tempo prima. Si era limitato a questo, senza fare richieste esplicite, ma Andrea considerava quel modo di fare un’insopportabile ingerenza ed era stato bene attento a non toccare il libro in modo che lo strato di polvere accumulato sulla copertina testimoniasse in modo lampante il suo dissenso. Improvvisamente, però, le sue resistenze cominciavano a vacillare, era talmente annoiato che…

Toc. Toc. Ritirò la mano che si era pericolosamente avvicinata al libro, quasi fosse stato sorpreso a rubare. Disse “avanti” e sua sorella fece capolino sulla porta.

“Puoi andare a portare fuori Attila?”. Aveva un tono insolitamente mellifluo.

“Perché, tu che devi fare?”

“Ci vado sempre io, stronzo.” Era più forte di lei: non ce la faceva a essere gentile per più di cinque secondi, nemmeno quando le conveniva.

“Dimmi che devi fare e ci vado.”

“Devo seguire una lezione di pilates, ok?”

Andrea sollevò la testa dal cuscino per mostrarle tutta la sua commiserazione.

“Ma tu davvero pensi di uscire figa dalla quarantena?”

“Vaffanculo.”, fece lei e richiuse la porta.

Dopo un attimo la riaprì.

“E vedi di andare, l’ha detto pure mamma.”

In realtà Andrea era ben felice che gli si offrisse quel diversivo. Si occupava raramente dei bisogni del vecchio labrador ma preferiva raccogliere i suoi escrementi da terra piuttosto che cedere alla tentazione di leggere il libro consigliato da papà. Così prese il guinzaglio e, incitando il cane a seguirlo, si chiuse alle spalle la porta di casa.

Più o meno nello stesso momento, Lea aveva sentito la porta della stanza di sua madre aprirsi, l’aveva vista comparire in soggiorno ancora in pigiama, esitare un momento e infine ciabattare verso il divano come colta dall’insopprimibile bisogno di stare in posizione orizzontale.

“Ha chiamato qualcuno?” chiese allungando la mano verso il cellulare posato sul bracciolo.

Lea pensò che se si fosse appesa a una trave del soffitto e si fosse fatta trovare coi piedi a un metro dal pavimento probabilmente non sarebbe cambiato niente.

“Va be’, io esco.” disse ignorando la domanda.

Ignorò anche il plateale sospiro emesso dalla madre mentre si raggomitolava sotto un plaid e uscì a prendere la sua ora d’aria.

Per strada non c’erano quasi auto e i marciapiedi erano deserti. Tirava vento e Attila annusava l’aria: indifferente alle misere sorti dell’umanità, la primavera preparava il suo trionfo. Arrivarono davanti all’entrata del parco e lo trovarono chiuso. A questo Andrea non aveva pensato. Imprecò a mezza bocca e s’incamminò lungo la recinzione, non aveva idea di dove andare: tutta la sua vita, prima di quel casino, si svolgeva in centro – scuola, sport, amicizie – e raramente usciva a piedi nei paraggi. Imboccò una via a caso e poi lasciò che fosse il cane a condurre, pensò che non sarebbe stato male perdersi a due passi da casa.

Oltrepassarono un gruppo di villette al cui interno risuonavano voci, rumori domestici e un pianoforte scordato, proseguirono lungo il muro di cinta di una tenuta privata e si ritrovarono dove la periferia non è ancora campagna ma nemmeno più città. Da lì in poi la strada diventava un sentiero di terra battuta e s’inoltrava nel bosco.

Non appena fuori di casa, Lea indossò gli auricolari, tirò fuori una canna e l’accese. Gettò indietro la testa per sputare in aria la prima liberatoria boccata e trattenne il cappello giusto un attimo prima che una folata di vento glielo portasse via. Quello, da un po’ di tempo, era il momento migliore della giornata. Si incamminò verso il bosco su una base trap e s’impose un pensiero ottimista: nella sfiga generale una piccola fortuna l’aveva avuta. L’ultima volta che erano stati insieme, Nicola le aveva lasciato un etto di quell’erba buonissima. “Tienimela solo per qualche giorno” le aveva detto “ché poi vengo a prenderla”. Ma era stato prima che il mondo impazzisse e Nicola chi l’aveva più visto.


Capitolo 2

Così, mentre Andrea veleggiava in territorio sconosciuto, verso una presunta libertà, Lea gli andava incontro placida e tranquilla, lungo un percorso più volte collaudato.

Non appena si videro, si fermarono a una decina di metri l’uno dall’altra. Andrea si abbarbicò sul ciglio erboso del sentiero in osservanza al più recente galateo e aspettò che fosse lei a muoversi per prima, ma Lea esitava. Il meccanismo dei suoi stati d’allerta si era aggiornato di recente e andava più lento: dopo aver stabilito che uno sbarbato con uno stupido cane aveva pochissime probabilità di stuprarla o ucciderla, stava cercando di calcolare se incrociandolo su quello stretto sentiero avrebbe potuto mantenersi a un’igienica distanza.

Poi, inaspettatamente, una folata di vento le portò via il cappello e lo fece rotolare a un passo da Andrea. Era un borsalino di lana blu abbastanza usurato con una piccola piuma rossa infilata nella fascetta. Lui lo guardò, poi guardò lei.

“Posso?”

Lea fece cenno di sì, si sfilò gli auricolari dalle orecchie e si avvicinò di qualche passo. Il passaggio di mano avvenne a metà strada, a braccia ben tese, come dai bordi opposti di un precipizio. Quando ebbe di nuovo il suo cappello, Lea se lo calcò in testa richiamando all’ordine i capelli scompigliati dal vento, mentre Andrea assisteva rapito a tutta l’operazione.

“Grazie.”

“Vuoi passare?”

A riprova delle proprie buone intenzioni, Andrea si fece di nuovo da parte e trattenne Attila per il collare, anche se il cane gli si era seduto sulle scarpe e non dava segno di volersi muovere.

“Non preoccuparti” disse Lea. “Io adesso torno indietro.”

Era quasi arrivata nel punto in cui, di solito, invertiva la marcia per tornarsene a casa. Sentendosi un po’ goffa, fece esattamente quello che aveva annunciato: girò su sé stessa di centottanta gradi, si rimise gli auricolari e riprese a camminare senza voltarsi indietro. Lui fece lo stesso, per non dare l’impressione di volerla seguire, ma a differenza di lei si voltò indietro, più di una volta.


Capitolo 3

Il giorno dopo, Andrea stava cercando di convincersi che aprire il materiale didattico che il professore di italiano aveva condiviso con tutta la classe era davvero la cosa giusta da fare e ci era quasi riuscito, quando notò con la coda dell’occhio sua sorella che agganciava il guinzaglio al collare di Attila.

“Dove vai?”.

“Lo porto fuori.”

“Lascia, faccio io.”

Chiuse il computer e la raggiunse con un fare che non ammetteva repliche.

“Non devi studiare?” indagò lei.

“Si dice grazie.”

Le strappò di mano il guinzaglio e uscì con Attila che gli scodinzolava dietro.

Quando lo vide in lontananza, Lea istintivamente rallentò il passo. Non aveva mai condiviso la sua ora d’aria con un altro essere umano e le venne anche il dubbio che quel ragazzino fosse tornato apposta per lei. Non sapeva se sentirsene infastidita o altro. Andrea, da parte sua, si rese conto troppo tardi di non essere adeguatamente preparato a un secondo incontro. Adesso era obbligato a dirle qualcosa.

“Ciao.” le disse. Una banalità imperdonabile.

“Ciao.” rispose lei.

Stava per rimettersi le cuffie e dargli le spalle esattamente come il giorno prima, quando il labrador le si avvicinò per annusarle le gambe. Lea allungò meccanicamente una mano verso l’animale ma la lasciò a mezz’aria per il timore di stabilire un contatto indiretto con il suo padrone e con chissà chi altro in casa sua. Poi sentì qualcosa di umido e caldo sulle dita. In barba alle regole igieniche e al distanziamento sociale, il cane la stava leccando. Allora Lea si piegò ad accarezzargli la testa e provò un immediato piacere nel sentirla soffice e tiepida. Alzò lo sguardo sull’essere umano che se ne stava un po’ inutile all’altra estremità del guinzaglio e si sentì in dovere di rivolgergli la parola.

“Siete i primi che incontro. Non passa mai nessuno da queste parti”.

“Sarà che sono tutti chiusi dentro.”

“O sarà che siamo in mezzo al nulla.”

Andrea si guardò attorno più attentamente. Una radura erbosa che si apriva come una spaccatura tra il bosco e la città. Da un lato un muro di vegetazione e, dall’altro, i primi avamposti di Milano: i palazzi tristi della periferia, la tangenziale insolitamente muta, una fabbrica con la ciminiera spenta. Quel posto godeva di una desolazione propria, indipendentemente da quanto succedeva nel resto del mondo.

“Mi sa che ci torno anche domani.” disse Andrea. “Sai, per il cane.”

E così Lea non ebbe più dubbi: lo sbarbato era tornato per lei. Ma non aveva ancora deciso quale reazione avere al riguardo, se fastidio, piacere, o altro.

Non lo aveva deciso nemmeno il giorno dopo, quando lo ritrovò allo stesso posto e alla stessa ora, con il cane al guinzaglio come una perfetta scusa non richiesta. Si avvicinò, ma non troppo, accarezzò il labrador che le andò incontro scodinzolando e poi guardò il suo padrone. Sembrò strano a entrambi dirsi i rispettivi nomi senza stringersi la mano. Ricordava il modo di fare dei bambini.

“Che c’è dall’altra parte del sentiero?” le domandò Andrea.

“C’è…”

Lea guardò nella direzione da cui era venuta come se per un attimo lo avesse dimenticato, poi si voltò di nuovo verso di lui.

“La mia vita di merda.” Indicò con il mento alle spalle di lui. “E da quella parte?”

“La mia vita di merda.”

Si studiarono per qualche secondo. Nessuno dei due poteva mettere in dubbio la parola dell’altro.

“E così vieni qui a portare a spasso il cane.” disse Lea. Le era venuta voglia di punzecchiarlo.

“Proprio così. Tu, invece?”

“Per stare da sola.”

“Ah.”

Forse era infastidita dalla sua presenza. O forse no. Andrea non riusciva a capirlo.

“Ti dà fastidio se torniamo anche domani?”

E Lea fu costretta a prendere in fretta la decisione che dentro di sé aveva lasciato in sospeso.

“No, non mi dà fastidio”.


Capitolo 4

“Adesso dimmi qualcosa di te.” disse Lea ad Andrea il giorno dopo, all’improvviso.

Parlavano da più di mezz’ora e, per come la vedeva lui, le aveva già detto un sacco di cose di sé. Sedici anni, figlio di un medico e un’insegnante, liceo classico, basket, studente negato di chitarra blues, avventure grafiche. E lei aveva ricambiato: diciotto anni, figlia unica di madre single, liceo artistico, lavoro part time in negozio dell’usato, trap e elettronica, familiarità con droghe leggere. Insomma una conversazione riuscita, fluida, e adesso lei se ne usciva con quella richiesta.

“Che vuoi sapere, ancora?”

“Non lo so. Qualcosa che non sa nessun altro.”

Lea si sedette a terra e incrociò le gambe, come in attesa. Andrea restò muto, impacciato, la mente improvvisamente spenta. Poi la via d’uscita gli si presentò con la chiarezza di un neon nella notte:

“Comincia tu.” E le sedette di fronte.

Lea tentò una debole protesta ma dovette riconoscere che la mossa di Andrea era corretta, o almeno non più scorretta della sua. Si prese qualche secondo per raccogliere le idee, spostò leggermente il borsalino all’indietro, sbuffò, indugiò ancora.

“Io a volte prego.” farfugliò a occhi bassi, e subito dopo li alzò su Andrea per scrutarne la reazione. Lui non si scompose.

“Lo so che sembra assurdo” si giustificò ugualmente lei. “Mia madre è atea e quasi tutti quelli che conosco non parlano mai di religione e cose del genere, le considerano o troppo grandi o sciocchezze da preti. Io, però, prego Dio da quando ero piccola, mi tengo in contatto con lui, e non riesco a smettere, mi sembra che si sentirebbe troppo solo se all’improvviso non gli rivolgessi più la parola”.

Quella sera, appena rientrato a casa, Andrea sfilò dalla tasca il cellulare, lo appoggiò sul tavolo basso del salotto e si mise a sperare che Lea gli scrivesse, prima che fosse lui a cedere. Nel frattempo, lei se ne stava appollaiata su uno sgabello della cucina a seguire il notiziario e intanto chattava con sei persone contemporaneamente. Una volta chiuse tutte le conversazioni, richiamò il contatto di Andrea dalla rubrica e gli scrisse un messaggio. Poi ci ripensò e lo cancellò. Si alzò, andò ad aprire il congelatore e tirò fuori due pizze surgelate.

“Stasera festeggiamo?” disse in direzione del divano.

La testa calva di sua madre spuntò da dietro la spalliera con fare dubitativo.

“Domani ultima chemio.”, fece Lea sforzandosi di risultare incoraggiante.

La donna annuì appena, poi sparì, inghiottita di nuovo dal divano. Lea tamburellò con le dita sul piano della cucina, tirò a sé le pizze e cominciò a liberarle dall’imballaggio.

Andrea cenò insieme alla madre e alla sorella continuando compulsivamente a controllare il telefono. Poi, verso le nove, assistette con loro al cerimoniale del rientro di suo padre. Il copione era sempre lo stesso: si toglieva le scarpe sul pianerottolo, entrava salutando frettolosamente Attila che gli si faceva sotto, poi si infilava dritto in bagno, dove svuotava la borsa con il cambio e si lavava meticolosamente le mani. Solo allora si lasciava avvicinare.

“Com’è andata, papà?” gli chiedeva puntualmente sua sorella.

Il padre di Andrea era medico di medicina interna all’ospedale Sacco. Lo stesso giorno in cui avevano ricoverato il primo paziente con Covid- 19, aveva riunito moglie e figli e aveva fatto loro un discorso su quello che sarebbe successo e su come avrebbero dovuto comportarsi e poi aveva aggiunto che tutto sarebbe andato bene.

Tre settimane dopo, lo sfacelo era in pieno corso e lui continuava a rispondere alla domanda della figlia con resoconti edulcorati e parole rassicuranti. Andrea non aveva il coraggio di fargli notare che giornali e televisioni gridavano al disastro e che la sua faccia, nel frattempo, era invecchiata di dieci anni. Gli lasciava credere che le iniezioni di fiducia arrivassero a segno e gli faceva eco dicendo che, sì, anche lui se la cavava bene e non era poi così preoccupato, davvero. Non aveva mai detto a suo padre di quella volta che lo aveva visto abbracciare sua madre e crollare su di lei con le spalle scosse dal pianto. Non lo aveva detto a nessuno, a parte Lea, quel pomeriggio.

“Ci pensi mai a dopo?” le chiese quando si rividero. “Quando tutto questo sarà finito.”

“Penso che è meglio non avere troppe aspettative.”

“Cosa farai il primo giorno che saremo liberi?”

“Non lo so, non ci ho ancora pensato. E tu?”

“Ti inviterò a un concerto blues.”

Ebbe il timore che lei si mettesse a ridere e invece si limitò a un sorriso.

“Potrei perfino dirti di sì.”


Capitolo 5

Continuavano a vedersi tutti i giorni a metà del sentiero, un appuntamento mai dichiarato e mai più mancato. Arrivavano, lei con la sua scia di fumo, lui col cane al guinzaglio, ognuno da un mondo sconosciuto e inaccessibile all’altro, e si fermavano sul limite invisibile che li separava. A volte passeggiavano avanti e indietro, altre volte se ne stavano seduti a terra, a volte stavano in silenzio, quasi sempre parlavano.

“Perché non mi scrivi mai?” le chiese Andrea, una volta.

“Rispondo sempre ai tuoi messaggi.” obbiettò Lea.

“Appunto. Tu rispondi e basta ma non scrivi mai.”

Ancora una volta, la inchiodava a una questione che lei aveva lasciato irrisolta.

“Tutti quelli che conosco, adesso, sono solo sui social.”, disse costringendosi a dare un senso a ciò che fino a quel momento non ne aveva. “Tu stai da un’altra parte, non dico che sia la realtà, ma da un’altra parte.”

“Ed è una cosa buona?”

Andrea era uno che faceva un sacco di domande. Voleva sapere, non fingeva mai che lei non gli importasse o di avere pensieri più importanti. E questo a Lea piaceva. Era sfiancante, ma le piaceva. Si ritrovava a pensare a lui spesso, più di quanto pensasse a Nicola. All’inizio aveva cercato di minimizzare, si era detta che era normale affezionarsi a chiunque in tempi come quelli, figuriamoci provare della tenerezza per uno che era poco più di un bambino. Se solo immaginava di confessare alle amiche che frequentava uno più piccolo di due anni rabbrividiva d’imbarazzo. Ma le sue amiche non erano che minuscole icone sullo schermo di un cellulare, al più voci lontane, mentre Andrea aveva continuato a materializzarsi giorno dopo giorno nel bel mezzo del nulla, con la sua fisicità ingenua e disarmante. Lea si sorprendeva a studiarne le spalle, le braccia, le gambe, e a domandarsi come fosse sotto i vestiti. Avrebbe voluto passare una mano dentro quei riccioli neri e affondarci dentro il naso, era sicura che avevano un odore buonissimo.

Quando si rendeva conto di essere osservato, Andrea faceva finta di niente ma senza darlo troppo a vedere raddrizzava la schiena e apriva un po’ di più il petto, si passava una mano sotto al mento solleticando un’ipotetica barba. Era innamorato di lei e non si faceva troppe domande al riguardo, era sicuro che così sarebbe stato in ogni caso, anche se l’avesse incontrata in un mondo senza epidemie, in un giorno qualunque, in mezzo a milioni di persone. E sì, forse era solo per una paradossale fortuna che Lea si era accorta di lui, ma, più si sentiva addosso quello sguardo, meno le circostanze contavano. Tutte le altre possibilità semplicemente svanivano quando vedeva spuntare all’orizzonte quel cappello blu con la piuma rossa: lei era lì per lui e continuava a tornare.


Capitolo 6

Una volta Lea si presentò con l’occorrente per uno spinello sigillato dentro una bustina di plastica.

“Ho toccato tutto coi guanti di lattice. Se ti fidi.”

“Non sono molto bravo a rollare.”

“Ho messo cinque cartine, dentro.”

Lea guidò Andrea passo passo, fino a che non ebbe in mano qualcosa di fumabile. A quel punto sfilò dalla tasca una canna già pronta e se la mise in bocca, diede fuoco con un accendino e lo allungò davanti a sé per permettere a lui di fare lo stesso.

“Grazie.” disse Andrea tirando fuori la prima boccata.

“Tanto non è roba mia.”

“E di chi, allora?”

Lei si strinse nelle spalle e lui non fece altre domande. Continuarono a fumare in silenzio, lasciando che le rispettive scie si mescolassero in aria. Attila, accucciato accanto al suo padrone, sollevava di tanto in tanto il muso per annusare l’aroma sconosciuto.

“La vuoi sapere una cosa?” disse Lea, dopo un tempo che sembrava infinito.

Andrea annuì.

“Non cercare mai di rollare una canna coi guanti di lattice. È l’inferno.”

“Tu l’hai fatto?”

“Per te, prima di venire qui. E ci ero riuscita, anche.”

“E poi?”

“Poi mi sono accorta che avrei comunque dovuto leccarla.”

“Giusto.”

“E quindi.” fece una pernacchia e il gesto di buttare tutto all’aria.

Passato qualche secondo, le spalle di Andrea cominciarono a fare su e giù, come scosse da un fremito. Lea lo guardò interdetta e subito dopo prese a ridere anche lei, prima sommessamente, poi sempre più forte, fino a prorompere in una risata selvaggia. Era la scena di lei alle prese coi guanti di lattice e la cartina che non poteva essere leccata, e più se la raccontavano più la trovavano esilarante. Risero senza riuscire a fermarsi, così tanto da avere male alla pancia, alle mandibole, alle tempie e al momento di salutarsi erano entrambi stravolti. Con molta cautela, Andrea fu il primo ad alzarsi da terra e, senza pensarci, allungò una mano ad aiutare Lea. Senza pensarci lei la strinse e fu così che si ritrovarono in piedi uno di fronte all’altra, mano nella mano.

“Ecco.” disse lei “Bella cazzata.”

“Calma e sangue freddo.” la tranquillizzò lui biascicando. “Basta ricordarsi di non toccare bocca, occhi e naso e lavarsi subito le mani.”

“Grazie dell’informazione.”

“Prego.”

“Adesso puoi anche lasciarmi.”

Si staccarono e fecero tutti e due un passo indietro. Non potevano permettersi di sbagliare, loro due, proprio non potevano con un padre medico in ospedale e una madre immunodepressa a casa. Era la prima volta che si toccavano e la pelle delle mani adesso bruciava.

“È meglio che ce ne andiamo, prima che facciamo casini.” disse Lea.

“Sì, è meglio” le fece eco Andrea, ma non si mosse.

Lei mise in tasca la mano incriminata, voltò le spalle e s’incamminò.

“A domani.”

Lui rimase a guardarla con la voglia di correrle dietro e le gambe inchiodate a terra.

“Tu vuoi baciarmi, Lea, ammettilo!” urlò.

“Cazzo, sì!” sbottò lei senza girarsi.

Poi si fermò, si voltò e tornò indietro. Si piantò dritta davanti a lui.

“Quindi io voglio baciarti, tu vuoi baciarmi, ma se lo facciamo qualcuno potrebbe morire.”

“Oppure potrebbe non succedere niente. Niente di brutto, almeno.”

“È una specie di roulette russa.”

“Sì, una roulette russa del cazzo.”


Capitolo 7

Lea si stava preparando per uscire, quando sua madre emerse dalla stanza da letto e le disse che voleva parlarle. Lea si tolse cappello e sciarpa e si accomodò sullo sgabello per ascoltarla, mentre lei restò in piedi a braccia conserte.

“Stamattina mi ha chiamata” annunciò. “Dice che vuole venire a trovarmi.”

Lea strinse il mazzo di chiavi che aveva ancora in mano fino a sentire il metallo conficcarsi nella pelle.

“Gli hai detto che non può?”

“No.”

“Prenderà una multa salata.”

“Dice che non gli importa.”

Lea fece una risata sarcastica.

“Almeno vali qualche centinaio d’euro.”

“È tornato a casa solo per i figli, lo sai. Per fare la quarantena insieme a loro.”

“E a sua moglie. Mentre tu eri qui nella merda!”

Sua madre non reagì: incassava da sua figlia, incassava dal suo amante, e questo a Lea faceva schizzare il sangue alla testa. Il suo modo di vincere era mostrarsi sconfitta in partenza.

“Ci hai pensato che potrebbe essere infetto? Che potrebbe ucciderti?”

“Non m’interessa.”

Strinse ancora di più le braccia al petto e abbassò lo sguardo: ormai aveva deciso, era evidente. Lea si alzò e si accostò al suo viso, ebbe pena per le sue rughe, per la sua pelle sottile, per le sopracciglia cadute. Ebbe pena per lei e allo stesso tempo la odiò con tutta sé stessa. Afferrò cappello e sciarpa, li indossò furiosamente, sbatté la porta più forte che poté e scese le scale due a due.

Andrea era arrivato sul posto dell’appuntamento con un po’ di ritardo ma non si era preoccupato nel non vederla arrivare. Si era messo a passeggiare avanti e indietro per far sgranchire Attila e ogni tanto cacciava di tasca il telefono per controllare l’orario. Aspettò mezz’ora, prima di scrivere il primo messaggio.

“Io ci sono. Dove sei?”

Lei non scriveva mai però rispondeva sempre. Ma non stavolta. Andrea aspettò ancora dieci minuti, poi scrisse un nuovo messaggio.

“Successo qualcosa?”

Dopo un quarto d’ora ancora niente. Attila lo osservava seduto a terra, come aspettando la sua prossima mossa. Si fece coraggio e inoltrò una chiamata, lasciò squillare per qualche secondo, poi riagganciò e rimise in tasca il telefono.

“Opzioni finite, vecchio.” annunciò al cane e diede uno strappo al guinzaglio in direzione di casa.

Lea non si fece viva per il resto della giornata. Andrea continuò a controllare il cellulare a intervalli regolari, dopo un paio d’ore i suoi messaggi erano stati visualizzati ma rimanevano ancora senza risposta.

All’ora di cena, fece una muta comparsata a tavola, poi si ritirò nella sua stanza. Non aveva toccato cibo e gli sembrava che non avrebbe mai più avuto fame in vita sua, né voglia di niente. Si distese sul letto ad aspettare che arrivasse il sonno, seguì i movimenti di sua madre e sua sorella nei vari ambienti della casa, poi anche quei rumori cessarono e scese il silenzio. Si svegliò nel cuore della notte, forse per lo scricchiolio del parquet davanti alla sua stanza.

“Papà?” chiamò nel buio.

Sì udì qualche altro passo, poi la porta si aprì lasciando filtrare una lama di luce.

“Non dormi?” chiese suo padre affacciandosi appena.

“Dove stai andando?”

“A letto. Ho appena finito il turno.”

“Mi ero dimenticato che avevi la notte… Che giorno è oggi?”

Suo padre aprì di più la porta e venne a sedersi sul letto. La stanza era debolmente rischiarata dalla lampada accesa in corridoio.

“Come mai sei vestito?” gli chiese.

“Mi sono addormentato senza accorgermene.”

“Va tutto bene?”

“No, papà, non va tutto bene.”

Gli era uscito di bocca quasi senza volerlo e stava già per ritrattare, quando suo padre annuì, grave.

“Hai ragione. Non va bene per niente.”


Capitolo 8

Il giorno dopo, Andrea disse alla sorella che era arrivato il suo turno di portare fuori il cane. Aveva accumulato così tanto vantaggio che lei non provò nemmeno a protestare.

Rientrò in stanza e si guardò intorno senza sapere come riempire quelle ore improvvisamente svuotate. Si sedette pesantemente sulla sedia girevole e le fece fare un paio di giri dandosi la spinta con le gambe. Poi sì trascinò fino al comodino, prese “il Giovane Holden” e ci passò sopra una mano per liberarlo dalla polvere. Lo aprì sull’ultima pagina e lesse la frase finale: “Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, poi comincia a mancarvi chiunque”.

Proprio in quel momento il telefono trillò per l’arrivo di un messaggio. Era Lea:

“Ti sto aspettando. Vieni?”

Fece il tragitto da casa sua quasi correndo e arrivò che aveva il fiatone.

“Attila dov’è?” domandò lei vedendolo solo.

Andrea non si lasciò confondere.

“Si può sapere che diamine è successo? Perché sei sparita?” Si sentiva il cuore pulsare in gola.

Lea affondò le mani nelle tasche e si guardò le scarpe. Gli spiegò che aveva litigato con sua madre e che era uscita di casa con una gran voglia di mettersi a giocare alla roulette russa e che all’ultimo ci aveva ripensato ma restava comunque un grande problema perché se stavolta l’aveva evitato chissà come sarebbe andata poi le prossime volte.

“Allora che dobbiamo fare?” domandò Andrea, finalmente confuso.

“Non lo so” rispose Lea.

Si guardarono per qualche attimo in silenzio.

“Sei troppo vicina, così.” le fece notare Andrea.

Lea indietreggiò di un passo, fino a trovare il punto d’equilibrio tra la voglia che avevano e tutto il resto. Si guardarono di nuovo.

“Così va bene?”

“Sì, molto meglio.”

Autore

Silvia Cinelli

Silvia Cinelli è nata nel 1979 e vive a Roma. Dopo la laurea ha conseguito il diploma in Sceneggiatura di fiction tv al Centro Sperimentale di Cinematografia di Milano. Ha scritto soap opera e serie tv come Cento Vetrine e Le Tre Rose di Eva (Endemol Italia) e Il Paradiso delle Signore (Aurora tv). Per Rizzoli è editor e co-autrice di diversi romanzi tra cui la trilogia Io ti vedo, Io ti sento, Io ti voglio. Presso Rai Eri ha pubblicato Noi, i Medici, immaginaria autobiografia di Cosimo de’ Medici.

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